Il tuo sportello con l’Europa
finanziamenti

I Fondi Europei!

La nuova programmazione dei fondi europei per il periodo 2014/2020 prevede fondi e programmi a gestione diretta dell’Unione Europea e delle sue agenzie ovvero:

  • HORIZON 2020 per la ricerca e l’innovazione (70 miliardi di Euro)
  • COSME per la competitività e lo sviluppo delle imprese
  • ERASMUS PLUS per l’Istruzione di base, secondaria ed universitaria, Formazione ed Educazione degli adulti, Istruzione e Formazione professionale, Gioventù e Sport
  • LIFE per l’ambiente
  • Europa per i Cittadini per gemellaggi tra città, etc.
  • Europa Creativa per la cultura

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I DIRITTI DEL LAVORO

Roberto Speranza venerdì a Padova con l’eurodeputato Flavio Zanonato, il segretario della Cgil Christian Ferrari e il parlamentare dem Alessandro Naccarato I DIRITTI DEL LAVORO   L’incontro si svolgerà all’ex Fornace Carotta di via Siracusa alle 18.00. Prima dell’iniziativa Speranza e Zanonato saranno a Camposampiero per incontrare i lavoratori delle Fonderie Anselmi. PADOVA. Roberto Speranza … Continua a leggere I DIRITTI DEL LAVORO

2016, un anno in Europa

Qui di seguito puoi sfogliare l’opuscolo che ripercorre l’ attività svolta nel 2016: il lavoro a Bruxelles e a Strasburgo, le iniziative nel territorio, alcune riflessioni sulla globalizzazione, l’Europea e la Sinistra. Buona lettura!      

La mia Agenda

L’impegno quotidiano a Bruxelles, a Strasburgo e nel territorio

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Jan
27

I Diritti del Lavoro

Fornace Carotta, via Siracusa, 61 Padova
18.00
Fornace Carotta, via Siracusa, 61 Padova
Oct
14

Industria 4.0 e Lavoro

Auditorium CGIL, via Dandolo, 4 Treviso
20.45
Auditorium CGIL, via Dandolo, 4 Treviso

Contatti

Strasbourg
Tel. +33(0)3 88 1 75363
Fax +33(0)3 88 1 79363

Ufficio territoriale
Tel. 049 7335776
info@zanonato.it
Piazza dei Frutti, 36
35122 Padova (PD)

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Flavio Zanonato ha aggiunto un evento. ... Vedi di piúVedi meno

La sinistra in Italia e in Europa

marzo 3, 2017, 6:00pm - marzo 3, 2017, 8:00pm

LA SINISTRA IN ITALIA E IN EUROPA Globalizzazione e capitalismo finanziario, dis...

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Renzi e i suoi dicono di non volere più una politica dell’odio, ma cosa ha fatto ieri sera, con la solita tirata a testa bassa contro D’Alema? È sgradevole ascoltare la ricostruzione falsa e quasi "mitologica" degli ultimi venti anni, dove dietro a tutto ci sarebbe D'Alema. Renzi ha perso lucidità, crede in questo modo di ottenere consenso ottiene "compatimento". Se vuole rimanere concentrato sul suo ombelico peggio per lui. Io mi allontano dal PD perché detesto questo suo modo di fare politica, di considerare avversari da demonizzare quelli che non sono dei servi. Voglio un movimento per l’interesse del Paese e per ridurre diseguaglianze intollerabili. Prima di tutto le idee e gli interessi popolari, prima di tutto lavoro, giovani e scuola. ... Vedi di piúVedi meno

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IL MANIFESTO di Articolo 1 - Movimento Democratici e Progressisti
Siamo donne e uomini che si impegnano in un movimento democratico e progressista con l’obiettivo di dare all’Italia un governo che corrisponda ai bisogni e gli interessi del nostro Paese.
Un progetto di governo che si avvalga dell’esperienza delle donne per realizzare una società più equilibrata, accogliente, meno individualista, che si batta per sviluppare una coscienza dei diritti e delle libertà fondamentali.
Pensiamo che l’Italia abbia urgente necessità di questo impegno per contrastare il populismo e l’avanzata delle forze antisistema e della destra isolazionista e reazionaria.
Per questo serve costruire e radicare in tutte le comunità un campo di esperienze democratiche e progressiste legate alle culture socialiste, liberali, cattoliche democratiche e ambientaliste, al mondo civico dell’associazionismo e del volontariato, alla grande mobilitazione popolare manifestatasi nel recente referendum costituzionale.
Per questo ci rivolgiamo a tutte e tutti quelli che hanno a cuore la cosa pubblica e il desiderio di cambiare l’Italia.
Questo processo costituente si propone di ricostruire un centrosinistra plurale, non soffocato da ambizioni leaderistiche e da pretese di arrogante autosufficienza che inevitabilmente porteranno alla vittoria dei nostri avversari, né dalla rassegnazione alla progressiva impotenza delle istituzioni democratiche, ma che sappia trarre nuova linfa vitale dai valori costituzionali dell’antifascismo e dalla storia repubblicana migliore, a partire dall’esperienza dell’Ulivo.
Un progetto all’altezza dei tempi che propone una sfida in Italia e in Europa per rilanciare una politica vissuta come efficace da chi è emarginato, escluso e sconfitto dalla globalizzazione neoliberista e dal saccheggio delle risorse della Terra.
Della nostra Costituzione assumiamo come principio guida l’articolo 1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Il lavoro stabile e giustamente remunerato è la prima garanzia per un’equilibrata costruzione del sé e per un progetto di vita pienamente agito e realizzato. Per questo ci accorgiamo della sua importanza soprattutto quando non c’è. E il declino economico che ne consegue alimenta inevitabilmente anche un declino civile.
L’uguaglianza è la nostra bussola e una maggiore equità fiscale il nostro obiettivo. Combattere le disuguaglianze non è soltanto una richiesta di ordine morale che vuole affermare un elementare bisogno di giustizia, ma ha anche una sua natura e logica economica: se si allarga la forbice sociale si minano le condizioni stesse della crescita e quindi la possibilità di un’equa ridistribuzione dei profitti tra i cittadini.
Nessuno si salva da solo e nessuno può stare davvero bene se gli altri stanno male: la dignità della persona e il rispetto della libertà di ogni singolo individuo sono dunque un principio basilare sia in campo morale e civile, sia in quello economico e sociale. Bisogna anzitutto attivare politiche attive del lavoro incentrate sulla sua qualità. Nell’immediato significa arrestare l’uso indiscriminato dei voucher e di altre forme lavorative che costano poco. Anche per questa ragione è necessario fissare immediatamente una data per lo svolgimento dei referendum sul lavoro promossi dalla Cgil e sottoscritti da oltre tre milioni di cittadini.
Riconosciamo la libera iniziativa economica che può portare al dinamismo e alla crescita del Paese nel rispetto delle regole condivise e del principio di legalità. Siamo però convinti che l’istruzione, la sanità, la sicurezza e l’ambiente debbano avere un valore universalistico, senza distinzioni tra ricchi e poveri, perché sono beni comuni che definiscono il grado di civiltà e di democrazia di un Paese. La difesa dei beni comuni è la risposta che la politica deve dare a un bisogno di comunità e di partecipazione che è tornato a manifestarsi tra noi. Dobbiamo investire su misure universali di sostegno al reddito a contrasto dell’esclusione sociale, su politiche per il diritto alla casa, di promozione del diritto alla parità di genere, di supporto alle famiglie per le cure parentali, che potenzino l’offerta pubblica dei Comuni e delle Regioni.
La grande sfida dei democratici e dei progressisti è guidare il rilancio di un processo di integrazione europea ancorato alla Carta Costituzionale. Meno retorica europeista e più politiche su scala continentale per ridurre la forbice che si è aperta tra democrazia e sovranità in ambiti fondamentali come la difesa, le politiche fiscali, la sicurezza, la lotta alla povertà e l’aumento del bilancio Ue.
L’articolo 1 della Costituzione contiene un altro valore per noi fondamentale, quello di popolo. L’unico modo per arginare l’onda populista è quello di tornare a essere popolari. Ciò significa recuperare il rapporto con le periferie, quelle politiche, sociali, culturali e antropologiche, che oggi compaiono soltanto nella parola spirituale di papa Francesco. In queste periferie avanza una nuova destra, aggressiva, identitaria che sfrutta il disagio sociale per vendere false risposte ai vecchi e nuovi problemi sollevati oggi dai cittadini.
Ora tocca a noi dare risposte chiare, inclusive che riportino la sicurezza sociale nella vita quotidiana di ognuno di noi e rispondano a un’esigenza di protezione declinata secondo i valori della sinistra e di un nuovo centrosinistra di governo.
Vogliamo costituire un movimento aperto, non un partito, che sia anche la costituente di un rinnovato centrosinistra, perché non rinunciamo al progetto di una grande forza unitaria del centrosinistra e vogliamo essere da stimolo affinché il Partito democratico riprenda questo cammino arrestando la sua deriva neocentrista.
Da oggi il nostro lavoro è questo e lo vogliamo fare con tutte e tutti voi.
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Una nuova polemica da improbabili Accademici della Crusca: "Giordani ha firmato facendo precedere il cognome al nome.. uno scandalo!"
Lo so bene, in Italiano si firma mettendo prima il nome e poi il cognome ma si tratta pur sempre di una convenzione che non è normata e che risponde più ad uno stile, che si é affermato, che una regola logica. Ci sono paesi dov'è questa regola é capovolta, per esempio il Giappone dove Banana Yoshimoto si firmerebbe Yoshimoto Mahoko (Mahoko é il nome, Banana é uno pseudonimo).
La leggenda racconta che molti italiani quando lessero il famoso "bollettino della vittoria" (4 novembre 1918) che si conclude con "Firmato Diaz" pensarono che il nome del generale vittorioso fosse Firmato, mentre come é noto si tratta di Armando. Così migliaia di italiani presi dall'euforia della vittoria chiamarono i loro figli Firmato o Firmino/a. La stessa Chiesa non si oppose perchè un san Firmato esiste e si festeggia il 5 ottobre.
Ancora. Chi come me ha frequentato le scuole elementari negli anni 50 e 60, ha fatto vita di partito negli anni 70 e nello stesso periodo il servizio militare, chi in quegli anni ha frequentato un qualsiasi luogo di lavoro ricorda bene che ci si chiamava per cognome e ancor oggi trova strano sentirsi chiamare per nome dai colleghi nelle riunioni e negli incontri. Potrei continuare dicendo che il Presidente della Repubblica promulga le leggi con solo il cognome stampato.
Ma a proposito di comportamenti non convenzionali é noto che l'avv. Gianni Agnelli portava l'orologio sopra il polsino della camicia contrariamente all'etichetta. Un comportamento non convenzionale che nessuno si mai sognato di censurare.
In conclusione propongo di lasciar perdere le polemiche inutili, che spesso rivelano un astio malcelato, e di passare alla discussione sulle cose da fare per Padova.
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FURBIZIA vs INTELLIGENZA a Padova
Leggendo alcune interviste sulla stampa locale mi viene in mente la differenza tra "furbizia" e "intelligenza". Molti ingenuamente credono che si tratti della stessa caratteristica umana, pensano alla furbizia come ad un sottoinsieme, come ad un attributo, dell'intelligenza. È esagerato, ma rende l'idea, scomodare Francesco Bacone che dice: "Niente provoca più danno in uno Stato del fatto che i furbi passino per saggi." Infatti la furbizia é un uso della ragione rivolto a un interesse personale, e comunque incapace di guardare aldilà di un singolo scopo, alle conseguenze ulteriori e di più larga scala. Diversamente l'intelligenza é la capacità di affrontare e risolvere con successo situazioni e problemi nuovi o sconosciuti con una prospettiva generale, considerando tutti gli effetti che con l'agire si attivano. In effetti la furbizia, come razionalità fine a se stessa, è una forma particolare di stupidità.
Tipico della furbizia é la contraddizione, che vede il dichiarare cose opposte, a seconda della convenienza, in situazioni analoghe.
Ed eccoci alle citazioni per Antonio:
“Se non vogliamo fare la figura dei pazzi per arrivare preparati alle prossime elezioni sarà necessario convocare delle primarie. Quando? Ovvio: in autunno. E badate bene: primarie aperte a tutti, senza escludere nessuno, come è sempre stato nel migliore spirito del centrosinistra” (Renzi, 1 febbraio 2012)
"Purtroppo il Pd è un partito fondato sulle deroghe, mentre io preferirei fosse fondato sulle regole. Dentro il Pd, si fanno primarie per tutto dal segretario di circolo ai sindaci, anche per andare in bagno, tranne che per scegliere i parlamentari e il candidato premier” (Renzi, 12 maggio 2012)
"Mi dicono di ringraziare Bersani per la primarie (...). Ma le primarie non sono una concessione, sono elemento costitutivo del Pd. Chi negasse le primarie - prosegue il sindaco fiorentino - negherebbe il Pd". (Renzi, 13 settembre 2012, a Verona, avvio della campagna delle Primarie)
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È stata mostrato come una cosa curiosa il planisfero nella versione cinese. A differenza della carta a cui siamo abituati, quella del Mercatore, che abbiamo sempre visto appesa alla parete delle classi delle scuole sin dalle elementari, quella cinese mette al centro, non l'equatore con il nord in alto, ma la Cina con sopra in alto l'America del Nord. Come in ogni cosa tutto é relativo e il pianeta può essere rappresentato su una mappa piana mettendo al centro di essa qualsiasi paese o continente.
Noi padovani dovremmo comunque essere i meno sorpresi, infatti il planisfero rappresentato in due grandi pannelli al caffè Pedrocchi mostra in modo anticonvenzionale il sud in alto.
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W Bandiera Rossa!
"La vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti" (Soren Kierkegaard)
Forse "démodé" l'avvio dell'incontro promosso al Teatro Vittoria di Roma da Enrico Rossi e al quale hanno partecipato Roberto Speranza, Michele Emiliano, Pierluigi Bersani, Massimo D'Alema e tanti altri. Da tanto in un incontro di democratici e progressisti non risuonava la più famosa canzone popolare del movimento socialista e comunista: Bandiera Rossa, che discende direttamente da un inno garibaldino e poi repubblicano.
I presenti l'hanno cantata con entusiasmo e un po' commossi per il ricordo di una storia lontana carica di conquiste sociali e di valori di libertà, di giustizia sociale, di solidarietà. Valori da attualizzare, innovare e mai abbandonare. Ce lo impongono sfide storiche urgentissime, che devono spingerci a combattere insieme contro la precarietà dei giovani, le crescenti diseguaglianze, le nuove drammatiche povertà.
Eravamo tutti consapevoli della distanza storica da quei simboli ma non dai grandi valori che li hanno ispirati. Abbiamo pensato che solo chi è consapevole di "venire da lontano" può avere la forza per "andare lontano".
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SE RENZI RESTA SEGRETARIO IL PD MUORE
Di FRANCESCO LUNA

Se l’operazione “#RetakePD” non dovesse riuscire, cioè se non si riuscirà ad impedire a Matteo Renzi di confermarsi alla guida del Partito Democratico, la scissione sarà inevitabile. Perché è intuile girarci intorno. Non è una mera questione di date, di convenzioni degli iscritti, di conferenze programmatiche, di congresso. Il problema del Pd, la sua malattia, il processo che rischia di portarlo alla dissoluzione ha un nome e un cognome: Matteo Renzi. L’ostinazione dell’attuale segretario, determinato a restare al vertice del partito nonostante la sconfitta storica al referendum del 4 dicembre, è la causa che sta portando il Pd alla sua fine.
E si badi bene, non c’è nulla di personale, non è un capriccio, ma una semplice constatazione. La ragione per cui Renzi non può restare alla guida del Pd è tutta squisitamente politica: Renzi ha perso. E non ha perso una battaglia, ha perso la guerra. Una guerra senza sangue, una guerra di democrazia, naturalmente, ma non per questo meno drammatica e cruenta. E quando si perde una guerra non si torna tranquillamente a guidare il proprio esercito il giorno dopo come se niente fosse, pretendendo fra l’altro di continuare ad impartire ordini a coloro che, nel corso della guerra, ti avevano avvertito che stavi sbagliando tutto. Quando si perde la guerra si alzano le mani e si esce di scena.
Perché il 4 dicembre non è stata solo la sconfitta di una proposta di riforma costituzionale, che pure già di per sé sarebbe moltissimo. Il 4 dicembre è stato sancito il fallimento di una leadership. E’ stata la sconfitta di un’impostazione politica ben precisa, di un comportamento quotidiano sistematico, di una scelta culturale che ha sradicato il Pd dalla sua ragione sociale, ha prodotto una torsione insopportabile nell’identità del partito e ha tentato di trasformarlo in un’altra cosa.
Il 4 dicembre è stata sconfitta la scelta di inseguire i populisti con il populismo, con i bonus, con le mance e non con proposte di sinistra. E’ stata sconfitta l’idea di inseguire la destra con politiche di destra, precarizzando il lavoro, destabilizzando la scuola e togliendo le tasse ai ricchi. E’ stata sconfitta la scelta di emarginare sistematicamente una cultura politica, quella della sinistra riformista, rompendo il patto fondativo che portò alla nascita del Pd, con lo scopo di prendere possesso esclusivo delle sue sedi, della sua struttura, delle sue risorse. Il 4 dicembre, in una parola, è stato sconfitto il renzismo.
Di fronte a tanti fallimenti, Renzi non può far finta di nulla: deve lasciare, farsi da parte, star fermo almeno un giro. E’ una questione di coerenza, di logica politica, di matematica, persino. Lo aveva previsto benissimo lui stesso, tante volte, lo scorso anno, con grande onestà intellettuale (poi smentita dai comportameti successivi).
Ecco solo alcune delle sue dichiarazioni in proposito:
29 dicembre 2015: “È del tutto evidente che se perdo il referendum considero fallita la mia esperienza in politica”.
12 gennaio 2016: “Facendo, credo, un gesto di coraggio, ma anche di dignità, io ho detto che se perdo il referendum non è soltanto che vado a casa, ma smetto di far politica”.
20 gennaio 2016: “Se perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza”
22 gennaio 2016: “Non prendiamo in giro la gente, io non sono come gli altri, se perdo su una cosa così grande è bene che vada a casa”
25 gennaio 2016: “Se sulle riforme gli italiani diranno No prenderò la mia borsettina e tornerò a casa”
12 marzo 2016: ““Se perdiamo il referendum è sacrosanto non solo che il governo vada a casa, ma che io consideri terminata la mia esperienza politica”
Quelle dichiarazioni non le riportiamo per fargli dispetto, ma perché sono lì, agli atti della Storia. Renzi non può far finta di non averle mai pronunciate, sarebbe un atto di grave disonestà politica. Quelle dichiarazioni solenni hanno un senso e vanno rispettate, e Renzi lo sa benissimo. Sono dichiarazioni giuste, logiche, coerenti.
Si dirà: ma Renzi ha tutto il diritto di contraddirsi e ricandidarsi alla segreteria, non gli si può chiedere di farsi da parte. E’ vero: non glielo si può chiedere. Dovrebbe farlo lui stesso, se davvero è uno statista e se davvero vuole bene al Pd. Dovrebbe capire da solo che il suo consenso, ancora molto forte fra gli iscritti e i militanti, è un bene che va gestito nell’interesse del Pd e non per soddisfare la sua pur legittima ambizione personale.
Un esempio. Quando Pierluigi Bersani si dimise da segretario, nel 2013, dopo le elezioni e la mancata elezione al Quirinale prima di Franco Marini e poi di Romano Prodi, ebbe il buon senso e la generosità di lasciare davvero. Non solo non si ricandidò alla segreteria, ma favorì l’elezione di un “reggente” di garanzia al di sopra delle parti come Gugliemo Epifani, permettendo che il nuovo congresso si svolgesse con tempi sufficienti a tutti, per rendere chiare la diverse proposte agli iscritti. La reggenza di Epifani durò da maggio a dicembre, sette mesi che consentirono a Renzi di girare l’Italia, presentare la sua proposta e vincere. Quel comportamento fu una lezione di coerenza e di amore per il partito. Bersani, facendosi da parte, consentì al Pd si sopravvivergli.
Renzi purtroppo non sembra intenzionato ad essere altrettanto coerente. Non ha intenzione di rinunciare a candidarsi, nonostante la sua proposta politica sia stata polverizzata dal referendum. E sta cercando di imprimere un’accelerazione sui tempi, per impedire ai suoi potenziali contendenti di organizzarsi e di costruire consenso su una proposta alternativa. Accelerando sulla data del congresso, Renzi vuole soffocare sul nascere qualsiasi vera discussione politica, perché sa che da quella discussione non potrebbe che scaturire la sua uscita di scena. La velocità contro la coerenza, l’accelerazione contro la logica, la fuga dalla realtà contro il futuro del Pd.
Se questa è la dinamica, il partito non può che spaccarsi. La minoranza che votò No il 4 dicembre, e anche forse chi votò Sì solo per disciplina, non può che andarsene. D’altronde, come si può pretendere che i leader di quella minoranza, che hanno combattuto il renzismo dall’interno e che per questo sono stati relegati per anni nella torre a pane e acqua, possano restare ancora? Con quale convinzione e con quale motivazione potrebbero fare campagna elettorale per portare voti ad un leader che da anni tenta di umiliarli, di irriderli, di zittirli, e che, con questa sua condotta, ha portato il partito a sconfitte e fallimenti brucianti?
E poi, per dirla chiaramente tutta, se davvero gli iscritti e i militanti rimasti nel Pd, sempre meno, ritengono dopo tutto quello che è successo che debba essere ancora Renzi il loro leader, vuol dire che il renzismo ha prodotto una mutazione genetica irreversibile nella comunità democratica. Vuol dire che i cittadini che si riconoscono in Bersani, Speranza, Emiliano, Rossi, D’Alema sono già altrove, in cerca di qualcuno che li rappresenti. Come si potrebbe biasimare questi leader se escono e li vanno a cercare? Come si può far loro una colpa se cercano di creare uno spazio per accoglierli?
In queste condizioni, la scissione, o la rifondazione del centrosinistra fuori dal Pd, sembrano inevitabili. A meno che Renzi non faccia un passo indietro. O magari qualcuno lo convinca a farlo. Restano poche ore, chi ha cervello lo usi. Una parte importante del Partito è sull’uscio, un’altra è disposta a seguire Renzi fino alla morte. In mezzo, c’è chi ha forse ancora la forza per impedire il disastro e far sopravvivere la comunità politica che da quasi dieci anni è la casa del riformismo italiano. Nella parte alta della clessidra scendono gli ultimi granelli di sabbia.
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Vogliamo eleggere un segretario non il Papa!
Il protagonista del grande scisma d'Oriente fu il patriarca di Costantinopoli Michele I Cerulario che a metà del secolo XI apri una polemica contro chiesa di Roma accusata di aver arbitrariamente (senza la decisione di un Concilio) modificato il giudizio sulla natura dello Spirito Santo. Il fatto é noto agli studiosi come la questione del "filioque".
(Nella versione del Concilio di Efeso della Professione di Fede Cristiana -il Credo- lo Spirito Santo "procede dal Padre e assieme al figlio é adorato e glorificato..", mentre nella versione della chiesa di Roma, del Papa, "lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio (filioque) e assieme..."). Ora sarebbe ingenuo pensare che tutto il problema fosse quello del "filioque" e che solo per questa parola inserita nel Credo si sia rotta, nel 1054, Papa Leone IX, l'unità della Chiesa Cristiana. In realtà il problema fondamentale riguardava l'autorità papale. I Cristiani d'Oriente, quelli che oggi chiamiamo Ortodossi, erano disposti a riconoscere il Vescovo di Roma come Primus inter pares ma non a riconoscergli un un primato assoluto, universale, una autorità di giurisdizione su tutti gli altri patriarchi.
Dire che la sinistra del PD vuole fare la scissione per un problema di date significa commettere lo stesso errore. Per alcuni è un errore di ingenuità mentre per altri è una furbizia. Emiliano, Rossi e Speranza, e quelli che in loro si riconoscono, pongono un problema molto diverso dalla data; pongono il problema della qualità del congresso del PD che non si può risolvere solo con una "conta" ma che deve definire le prossime scadenze, fare un'analisi della situazione nazionale ed Europea, decidere il programma del Partito e la sua forma organizzativa. Non serve un congresso per acclamare un Papa dai potere assoluti ma serve decidere una rotta ed eleggere un segretario che la segua e la percorra.
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