Referendum del 4 dicembre

Premessa.

Il voto del 4 dicembre – un referendum confermativo di una riforma della Costituzione – è stato trasformato dal Presidente del Consiglio in un voto di fiducia sulla sua persona. Questa personalizzazione praticata sulla Carta fondamentale ostacola un confronto sul merito della riforma e piega la Costituzione – che dovrebbe essere la “casa di tutte le italiane e gli italiani” – alla logica della permanenza a Palazzo Chigi.
Comprendiamo perfettamente le ragioni di tante democratiche e democratici, compagne e compagni, che pongono il tema del “rischio” sul dopo: ma – accettando questa impostazione – si rischia di cedere proprio alla logica della personalizzazione, “senza di me la catastrofe”. Un argomento che – oltre ad essere propagandistico perché privo di fondamento reale (il Presidente del Consiglio non si deve dimettere qualunque sia l’esito del referendum, lui stesso ha già fatto dichiarazioni in questo senso) – non può essere utilizzato sulla Costituzione: crediamo che i valori fondanti che tengono unita una nazione siano cosa ben più importante del destino di un leader o di un partito.
Affrontiamo quindi la discussione senza drammi, con razionalità e passione, riconoscendo la legittimità di entrambe le posizioni all’interno del Pd e del più ampio campo delle forze civiche e sociali che animano il centrosinistra. E teniamo lo sguardo rivolto al 5 dicembre e alla necessità di unire il campo del centrosinistra, che vinca il Sì o il No.

 

UNA RIFORMA SBAGLIATA NEL METODO

1) LA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE A COLPI DI MAGGIORANZA È CONTRARIA AL MANIFESTO DEI VALORI DEL PARTITO DEMOCRATICO.
Meno di nove anni fa l’Assemblea Costituente del PD, i cui rappresentanti furono eletti da milioni di elettori alle Primarie del 14 ottobre 2007, ha votato il “Manifesto dei Valori del Partito Democratico” (articolo 3):
“La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i principi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006.”

2) LE DIVISIONI NEL PARTITO DEMOCRATICO, LA CRISI SOCIALE E LA ROTTURA CON LA SINISTRA, LA CGIL E L’ANPI.
Su una riforma della Costituzione – che dovrebbe essere la riforma più condivisa in assoluto – è stato generato un clima di divisione tale da aprire la discussione addirittura su una possibile scissione del Pd che – non dovremmo dimenticarlo – trova una fondamentale fonte di ricchezza proprio nella sua pluralità di culture. Purtroppo si insiste nella linea di rottura con tanta parte del mondo della Sinistra, con la Cgil, con l’Anpi e con la larga maggioranza dei giuristi democratici. Una rottura che ha spinto da tempo milioni di elettori del centrosinistra a rifugiarsi nel non-voto. Intanto – senza dimenticare alcuni risultati obiettivamente positivi del Governo – l’Italia attraversa una crisi sociale grave e il Pd non sta interpretando adeguatamente questo malessere che arriva dalle categorie più fragili del Paese e tocca anche i ceti medi. I recenti dati dell’Inps e della Caritas confermano questo problema, che pone – tra le altre – le urgenze della precarietà del lavoro e del futuro dei giovani, delle nuove povertà e delle diseguaglianze crescenti. Sono questioni che non dovrebbero essere direttamente collegate al referendum del 4 dicembre, ma ogni tema politico è stato portato nello scenario di questo voto, alimentando la divisione in un Partito che nei territori appare povero di una discussione autentica e talora ridotto a comitato di promozione del leader. Una deriva che non condividiamo.

3) IL VOTO SU UN TESTO NON OMOGENEO.
L’elettore è stato costretto ad un voto unico, su un testo non omogeneo, facendo prevalere, in un senso o nell’altro, ragioni “politiche” estranee al merito della legge. Diversamente avverrebbe se si desse la possibilità di votare separatamente sui singoli grandi temi in esso affrontati.

 

UNA RIFORMA SBAGLIATA NEL MERITO

4) UN SENATO NON DEMOCRATICO E CON FUNZIONI CONFUSE.
Un Senato scarsamente rappresentativo e confuso, la complicazione del procedimento legislativo, l’aumento del divario tra Regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale, un impianto centralista.
Il superamento del bicameralismo paritario (che può essere condivisibile, così come l’abolizione del CNEL) è avvenuto in modo incoerente e sbagliato: nel nuovo Senato (con funzioni confuse e a rischio inefficienza per il doppio incarico dei senatori e i tempi ristretti) non si esprimerebbero le Regioni in quanto tali, ma rappresentanze locali inevitabilmente articolate in base ad appartenenze politico-partitiche, sulle cui modalità di elezione ad oggi non si sa nulla salvo il fatto che non saranno elette direttamente dai cittadini.
Aumenta il divario tra Regioni a statuto ordinario e Regioni a statuto speciale e – in generale – l’impianto della riforma è centralista.
Si prevede una pluralità di procedimenti legislativi differenziati a seconda delle diverse modalità di intervento del nuovo Senato, con rischi di incertezze e conflitti.

5) LA RIDUZIONE DELLE GARANZIE COSTITUZIONALI.
C’è il rischio di un Presidente della Repubblica e di una Corte Costituzionale di parte, con il decadimento della qualità della democrazia.
Per la prima volta nella storia repubblicana la deliberazione dello stato di guerra sarebbe affidata, seppure a maggioranza assoluta, nelle mani di un unico partito.

6) IL PROBLEMA DELLA SOVRAPPOSIZIONE TRA RIFORMA COSTITUZIONALE E NUOVA LEGGE ELETTORALE.
Diciamo sì agli eletti dal voto popolare, no ai nominati dai leader dei partiti. Sì alla democrazia e alla rappresentanza, no ad un premio di maggioranza che porta al Governo una minoranza e addirittura un solo partito.
In questi ultimi anni, la democrazia sta vivendo un autentico paradosso: mai nella storia recente è stato così alto il consenso verso questa forma di governo fondata sulla sovranità popolare, ma – al tempo stesso – giungono dalle urne preoccupanti segnali di disagio e astensione. Accorciare la distanza tra i cittadini e i loro rappresentanti ricostruendo un clima di fiducia verso la politica e i rappresentanti nelle istituzioni è – nei tempi difficili che stiamo vivendo – un obiettivo da perseguire con determinazione.
Pur se potrebbe risultare improprio, a rigore, il collegamento tra la riforma della Costituzione e la legge elettorale (che non è costituzionale), è impossibile non vedere il legame stretto che le unisce, tanto che l’Italicum si occupa solo dell’elezione dei membri della Camera, dando per scontato che il Senato sia quello “nuovo” previsto dalla riforma.
L’Italicum va modificato, gran parte della Camera rischia di essere composta di nominati. Inoltre il premio di maggioranza di fatto può trasformare in maggioranza una minoranza anche esigua. È necessario un sistema in grado di aiutare la «ricucitura» territoriale (per esempio, con collegi uninominali), per favorire la coesione nazionale e garantire una adeguata rappresentatività parlamentare. È un obiettivo da conseguire per rafforzare la democrazia italiana, a maggior ragione pensando alla riforma costituzionale che prevede una sola Camera che dà la fiducia e rafforza il ruolo del Governo nel processo legislativo.

Per queste ragioni, il 4 dicembre, voteremo NO.

 

Anna Abbate, Adina Agugiaro Boschetti, Antonio Aldrigo, Marco Almagisti, Alessandra Baldan, Amelio Barco, Giuliano Bastianello, Hussein Bazzi, Claudio Benazzato, Gianna Benucci, Roberto Beverini, Armando Boaretto, Tatiana Boaretto, Stefano Bonomo, Mauro Bortoli, Rossella Bortolotto, Alberto Boscagli, Milvia Boselli, Ferdinando Bozzato, Vanni Bozzato, Mirko Braga, Michele Brombin, Mimmo Brombin, Daniela Brunino, Isabella Buniolo, Raffaella Cabbia Fiorin, Cosimo Cacciavillani, Lucio Caccin, Jessica Calore, Isabella Campi, Alberto Cantonetti, Marco Carrai, Oscar Cavallaro, Maurizio Celloni, Paolo Cesaro, Marco Cinetto, Alberto Collauto, Lucio Collauto, Rudi Costa, Carlo Covino, Beatrice Dalla Barba, Carolina Daniele, Morena De Bortoli, Piero De Togni, Roberto De Toni, Franca Di Ninni, Gabriella Di Ninni, Nona Evghenie, Sergio Faccipieri, Rosi Favaron, Bruno Ferraro, Roberto Franco, Renato Galtarossa, Sergio Gelain, Antonio Giacobbi, Barbara Giacometti, Davide Giacometti, Marco Giampieretti, Ennio Girardi, Luciano Greco, Alessandro Guastella, Lorenzo Guella, Lidia Kobal, Giusi La Manna, Sandra Lazzari, Ennio Lion, Antonia Maddalosso, Giovanni Mandoliti, Lilia Manganaro, Bruno Maran, Renato Marcon, Antonio Martini, Cosimo Mazzeo, Roberto Ongaro, Stefano Ordan, Marco Orlandi, Daniela Pancheri, Luigi Pancheri, Luigi Perissinotto, Giulio Peruzzi, Rosanna Pesce, Giorgio Pigozzo, Arturo Polonio, Luca Proto, Giovanni Punzo, Eugenio Rampin, Giorgia Ranzato, Marisa Rettore, Guido Rigatti, Fernanda Rigoni, Sebastiano Rizzardi, Floriana Rizzetto, Mirko Romanato, Michele Romano, Giorgio Roverato, Piero Ruzzante, Orfeo Sartori, Bruno Sauli, Giuseppe Scabello, Enrico Scacco, Nicoletta Scalisi, Fabio Scapin, Daniela Sgaravatto, Annalisa Sgarbossa, Angelo Soravia, Giulia Soravia, Giorgio Tinazzi, Paolo Tognon, Franco Tosi, Luisella Traini, Ugo Trivellato, Cinzia Valentini, Giorgio Verga, Claudio Vergerio, Giorgio Villi, Sergio Vitale, Mirella Vonghia, Antonia Cariali Zaggia, Lorena Zaggia, Fiorenzo Zago, Valeria Zampieri, Vanna Zanella, Giuseppe Zanellato, Massimo Zanetti, Alessandra Zanon, Mario Zanon, Flavio Zanonato, Marcello Zanonato, Pierluigi Zanonato, Franco Zignale, Mattia Zignale, Viviana Zignale, Luigi Zoppello, Piero Zuccherato