Referendum del 4 dicembre

Premessa.

Il voto del 4 dicembre – un referendum confermativo di una riforma della Costituzione – è stato trasformato dal Presidente del Consiglio in un voto di fiducia sulla sua persona. Questa personalizzazione praticata sulla Carta fondamentale ostacola un confronto sul merito della riforma e piega la Costituzione – che dovrebbe essere la “casa di tutte le italiane e gli italiani” – alla logica della permanenza a Palazzo Chigi.
Comprendiamo perfettamente le ragioni di tante democratiche e democratici, compagne e compagni, che pongono il tema del “rischio” sul dopo: ma – accettando questa impostazione – si rischia di cedere proprio alla logica della personalizzazione, “senza di me la catastrofe”. Un argomento che – oltre ad essere propagandistico perché privo di fondamento reale (il Presidente del Consiglio non si deve dimettere qualunque sia l’esito del referendum, lui stesso ha già fatto dichiarazioni in questo senso) – non può essere utilizzato sulla Costituzione: crediamo che i valori fondanti che tengono unita una nazione siano cosa ben più importante del destino di un leader o di un partito.
Affrontiamo quindi la discussione senza drammi, con razionalità e passione, riconoscendo la legittimità di entrambe le posizioni all’interno del Pd e del più ampio campo delle forze civiche e sociali che animano il centrosinistra. E teniamo lo sguardo rivolto al 5 dicembre e alla necessità di unire il campo del centrosinistra, che vinca il Sì o il No.

 

UNA RIFORMA SBAGLIATA NEL METODO

1) LA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE A COLPI DI MAGGIORANZA È CONTRARIA AL MANIFESTO DEI VALORI DEL PARTITO DEMOCRATICO.
Meno di nove anni fa l’Assemblea Costituente del PD, i cui rappresentanti furono eletti da milioni di elettori alle Primarie del 14 ottobre 2007, ha votato il “Manifesto dei Valori del Partito Democratico” (articolo 3):
“La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i principi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006.”

2) LE DIVISIONI NEL PARTITO DEMOCRATICO, LA CRISI SOCIALE E LA ROTTURA CON LA SINISTRA, LA CGIL E L’ANPI.
Su una riforma della Costituzione – che dovrebbe essere la riforma più condivisa in assoluto – è stato generato un clima di divisione tale da aprire la discussione addirittura su una possibile scissione del Pd che – non dovremmo dimenticarlo – trova una fondamentale fonte di ricchezza proprio nella sua pluralità di culture. Purtroppo si insiste nella linea di rottura con tanta parte del mondo della Sinistra, con la Cgil, con l’Anpi e con la larga maggioranza dei giuristi democratici. Una rottura che ha spinto da tempo milioni di elettori del centrosinistra a rifugiarsi nel non-voto. Intanto – senza dimenticare alcuni risultati obiettivamente positivi del Governo – l’Italia attraversa una crisi sociale grave e il Pd non sta interpretando adeguatamente questo malessere che arriva dalle categorie più fragili del Paese e tocca anche i ceti medi. I recenti dati dell’Inps e della Caritas confermano questo problema, che pone – tra le altre – le urgenze della precarietà del lavoro e del futuro dei giovani, delle nuove povertà e delle diseguaglianze crescenti. Sono questioni che non dovrebbero essere direttamente collegate al referendum del 4 dicembre, ma ogni tema politico è stato portato nello scenario di questo voto, alimentando la divisione in un Partito che nei territori appare povero di una discussione autentica e talora ridotto a comitato di promozione del leader. Una deriva che non condividiamo.

3) IL VOTO SU UN TESTO NON OMOGENEO.
L’elettore è stato costretto ad un voto unico, su un testo non omogeneo, facendo prevalere, in un senso o nell’altro, ragioni “politiche” estranee al merito della legge. Diversamente avverrebbe se si desse la possibilità di votare separatamente sui singoli grandi temi in esso affrontati.

 

UNA RIFORMA SBAGLIATA NEL MERITO

4) UN SENATO NON DEMOCRATICO E CON FUNZIONI CONFUSE.
Un Senato scarsamente rappresentativo e confuso, la complicazione del procedimento legislativo, l’aumento del divario tra Regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale, un impianto centralista.
Il superamento del bicameralismo paritario (che può essere condivisibile, così come l’abolizione del CNEL) è avvenuto in modo incoerente e sbagliato: nel nuovo Senato (con funzioni confuse e a rischio inefficienza per il doppio incarico dei senatori e i tempi ristretti) non si esprimerebbero le Regioni in quanto tali, ma rappresentanze locali inevitabilmente articolate in base ad appartenenze politico-partitiche, sulle cui modalità di elezione ad oggi non si sa nulla salvo il fatto che non saranno elette direttamente dai cittadini.
Aumenta il divario tra Regioni a statuto ordinario e Regioni a statuto speciale e – in generale – l’impianto della riforma è centralista.
Si prevede una pluralità di procedimenti legislativi differenziati a seconda delle diverse modalità di intervento del nuovo Senato, con rischi di incertezze e conflitti.

5) LA RIDUZIONE DELLE GARANZIE COSTITUZIONALI.
C’è il rischio di un Presidente della Repubblica e di una Corte Costituzionale di parte, con il decadimento della qualità della democrazia.
Per la prima volta nella storia repubblicana la deliberazione dello stato di guerra sarebbe affidata, seppure a maggioranza assoluta, nelle mani di un unico partito.

6) IL PROBLEMA DELLA SOVRAPPOSIZIONE TRA RIFORMA COSTITUZIONALE E NUOVA LEGGE ELETTORALE.
Diciamo sì agli eletti dal voto popolare, no ai nominati dai leader dei partiti. Sì alla democrazia e alla rappresentanza, no ad un premio di maggioranza che porta al Governo una minoranza e addirittura un solo partito.
In questi ultimi anni, la democrazia sta vivendo un autentico paradosso: mai nella storia recente è stato così alto il consenso verso questa forma di governo fondata sulla sovranità popolare, ma – al tempo stesso – giungono dalle urne preoccupanti segnali di disagio e astensione. Accorciare la distanza tra i cittadini e i loro rappresentanti ricostruendo un clima di fiducia verso la politica e i rappresentanti nelle istituzioni è – nei tempi difficili che stiamo vivendo – un obiettivo da perseguire con determinazione.
Pur se potrebbe risultare improprio, a rigore, il collegamento tra la riforma della Costituzione e la legge elettorale (che non è costituzionale), è impossibile non vedere il legame stretto che le unisce, tanto che l’Italicum si occupa solo dell’elezione dei membri della Camera, dando per scontato che il Senato sia quello “nuovo” previsto dalla riforma.
L’Italicum va modificato, gran parte della Camera rischia di essere composta di nominati. Inoltre il premio di maggioranza di fatto può trasformare in maggioranza una minoranza anche esigua. È necessario un sistema in grado di aiutare la «ricucitura» territoriale (per esempio, con collegi uninominali), per favorire la coesione nazionale e garantire una adeguata rappresentatività parlamentare. È un obiettivo da conseguire per rafforzare la democrazia italiana, a maggior ragione pensando alla riforma costituzionale che prevede una sola Camera che dà la fiducia e rafforza il ruolo del Governo nel processo legislativo.

Per queste ragioni, il 4 dicembre, voteremo NO.

 

Anna Abbate, Adina Agugiaro Boschetti, Antonio Aldrigo, Marco Almagisti, Alessandra Baldan, Amelio Barco, Giuliano Bastianello, Hussein Bazzi, Claudio Benazzato, Gianna Benucci, Roberto Beverini, Armando Boaretto, Tatiana Boaretto, Stefano Bonomo, Mauro Bortoli, Rossella Bortolotto, Alberto Boscagli, Milvia Boselli, Ferdinando Bozzato, Vanni Bozzato, Mirko Braga, Michele Brombin, Mimmo Brombin, Daniela Brunino, Isabella Buniolo, Raffaella Cabbia Fiorin, Cosimo Cacciavillani, Lucio Caccin, Jessica Calore, Isabella Campi, Alberto Cantonetti, Marco Carrai, Oscar Cavallaro, Maurizio Celloni, Paolo Cesaro, Marco Cinetto, Alberto Collauto, Lucio Collauto, Rudi Costa, Carlo Covino, Beatrice Dalla Barba, Carolina Daniele, Morena De Bortoli, Piero De Togni, Roberto De Toni, Franca Di Ninni, Gabriella Di Ninni, Nona Evghenie, Sergio Faccipieri, Rosi Favaron, Bruno Ferraro, Roberto Franco, Renato Galtarossa, Sergio Gelain, Antonio Giacobbi, Barbara Giacometti, Davide Giacometti, Marco Giampieretti, Ennio Girardi, Luciano Greco, Alessandro Guastella, Lorenzo Guella, Lidia Kobal, Giusi La Manna, Sandra Lazzari, Ennio Lion, Antonia Maddalosso, Giovanni Mandoliti, Lilia Manganaro, Bruno Maran, Renato Marcon, Antonio Martini, Cosimo Mazzeo, Roberto Ongaro, Stefano Ordan, Marco Orlandi, Daniela Pancheri, Luigi Pancheri, Luigi Perissinotto, Giulio Peruzzi, Rosanna Pesce, Giorgio Pigozzo, Arturo Polonio, Luca Proto, Giovanni Punzo, Eugenio Rampin, Giorgia Ranzato, Marisa Rettore, Guido Rigatti, Fernanda Rigoni, Sebastiano Rizzardi, Floriana Rizzetto, Mirko Romanato, Michele Romano, Giorgio Roverato, Piero Ruzzante, Orfeo Sartori, Bruno Sauli, Giuseppe Scabello, Enrico Scacco, Nicoletta Scalisi, Fabio Scapin, Daniela Sgaravatto, Annalisa Sgarbossa, Angelo Soravia, Giulia Soravia, Giorgio Tinazzi, Paolo Tognon, Franco Tosi, Luisella Traini, Ugo Trivellato, Cinzia Valentini, Giorgio Verga, Claudio Vergerio, Giorgio Villi, Sergio Vitale, Mirella Vonghia, Antonia Cariali Zaggia, Lorena Zaggia, Fiorenzo Zago, Valeria Zampieri, Vanna Zanella, Giuseppe Zanellato, Massimo Zanetti, Alessandra Zanon, Mario Zanon, Flavio Zanonato, Marcello Zanonato, Pierluigi Zanonato, Franco Zignale, Mattia Zignale, Viviana Zignale, Luigi Zoppello, Piero Zuccherato

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Dall’uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: “Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio”.
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
“Viva la pace, abbasso la guerra”.
Gianni Rodari
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Un bell'intervento di Elio Armano

L’orgoglio di esser veneti per poter essere europei.

L’u­ni­tà eu­ro­pea è qual­co­sa di più, molto di più dei pur im­por­tan­ti trat­ta­ti che, im­prov­vi­sa­men­te e fi­nal­men­te, pa­io­no ri­sco­prir­si in que­sti gior­ni, qual­co­sa di più dei re­go­la­men­ti e del­l’eu­ro cui si at­tri­bui­sco­no, er­ro­nea­men­te, trop­pe colpe e re­spon­sa­bi­li­tà che tro­va­no ori­gi­ne, in­ve­ce, nella crisi epo­ca­le in­ne­sca­ta nel 2008 dai truf­fa­to­ri di Wall Street e nel­l’i­na­de­gua­tez­za po­li­ti­ca e cul­tu­ra­le di quel­li che con­ti­nuia­mo a chia­ma­re “grup­pi di­ri­gen­ti”. E’ ciò che da qual­che set­ti­ma­na, alle 14 di ogni do­me­ni­ca, vo­glio­no espri­me­re quei cit­ta­di­ni eu­ro­pei che si ri­tro­va­no nelle piaz­ze delle gran­di città, sven­to­lan­do la ban­die­ra d’Eu­ro­pa e dif­fon­den­do l’In­no alla gioia di Bee­tho­ven; un’i­ni­zia­ti­va spon­ta­nea che sot­to­li­nea come l’Eu­ro­pa ap­par­ten­ga in­nan­zi­tut­to ai cit­ta­di­ni e possa es­se­re forte e giu­sta solo gra­zie alla loro par­te­ci­pa­zio­ne. Do­vrem­mo farlo anche noi nel no­stro Ve­ne­to, con­tro l’i­gno­ran­za, l’in­tol­le­ran­za e la vio­len­za, per for­tu­na fin qui sol­tan­to ver­ba­le, che av­ve­le­na l’a­ria che re­spi­ria­mo; per­ché il ri­schio della de­ri­va è forte e ab­bia­mo ben visto, pur­trop­po, come anche i ve­ne­ti ab­bia­no pa­ga­to un prez­zo al­tis­si­mo alle guer­re dei na­zio­na­li­smi, dai lon­ta­nis­si­mi tempi del Ru­zan­te a quel­li più re­cen­ti della Prima e della Se­con­da guer­ra mon­dia­le, come ci ri­cor­da il no­stro mai ab­ba­stan­za letto Mario Ri­go­ni Stern. Per non farci so­praf­fa­re dalle si­re­ne dei luo­ghi co­mu­ni e della fa­ci­le re­to­ri­ca del­l’es­se­re pa­ro­ni a casa no­stra, è im­por­tan­te ri­cor­da­re il ruolo che sto­ri­ca­men­te la no­stra gente ha avuto nella crea­zio­ne del­l’u­ni­tà eu­ro­pea: le mi­glia­ia e mi­glia­ia di emi­gran­ti ve­ne­ti che hanno la­vo­ra­to in Eu­ro­pa, sono stati am­ba­scia­to­ri in­con­sa­pe­vo­li del pro­ces­so di in­te­gra­zio­ne, so­prat­tut­to i tanti che si sono ra­di­ca­ti nel Paese che li ha ac­col­ti senza mai rom­pe­re con le loro ori­gi­ni; e que­sto no­stro po­po­lo, pro­ver­bial­men­te ope­ro­so, porta l’e­re­di­tà gran­dis­si­ma, aper­ta e ci­vi­lis­si­ma di una gran­de tra­di­zio­ne cul­tu­ra­le che me­glio do­vreb­be es­se­re dif­fu­sa nella scuo­la del­l’ob­bli­go, ri­fiu­tan­do ogni ot­tu­sa ca­ri­ca­tu­ra che lo vuole con­ta­di­no igno­ran­te o sgob­bo­ne vo­ta­to al la­vo­ro. Basti pen­sa­re alla Se­re­nis­si­ma Re­pub­bli­ca di Ve­ne­zia, en­ti­tà sta­ta­le forte per i suoi com­mer­ci, per la sua cul­tu­ra e l’o­spi­ta­li­tà con­ge­ni­ta, più pe­ne­tran­te e du­re­vo­le delle armi; uno stato che ac­co­glie­va Ga­li­leo e pro­teg­ge­va la ri­cer­ca scien­ti­fi­ca, fon­da­men­ta­le ieri come oggi. E che dire dei no­stri che si sono di­stin­ti nelle arti e nella co­no­scen­za? Il pa­do­va­no An­drea Pal­la­dio, l’ar­chi­tet­to per an­to­no­ma­sia, ha im­pres­so il suo segno in­con­fon­di­bi­le, de­sti­na­to a du­ra­re nei se­co­li, alle ville e ai pa­laz­zi di tut­t’Eu­ro­pa, e, ai gior­ni no­stri, il ve­ne­zia­no Carlo Scar­pa ha fatto co­no­sce­re al mondo in­te­ro la gran­dez­za della sua crea­ti­vi­tà. Ti­zia­no Ve­cel­lio, ca­do­ri­no, ri­trae­va su loro sup­pli­ca i po­ten­ti del suo tempo, e An­to­nio Ca­no­va, l’in­si­gne scul­to­re di Pos­sa­gno, fu anche il gran­de ne­go­zia­to­re eu­ro­peo senza il quale al­l’I­ta­lia non sa­reb­be­ro stati re­sti­tui­ti gli ine­sti­ma­bi­li ca­po­la­vo­ri raz­zia­ti da Na­po­leo­ne. Cin­que­cen­to anni fa, a Ve­ne­zia, lo stam­pa­to­re ed edi­to­re Aldo Ma­nu­zio ha cam­bia­to il mondo della co­mu­ni­ca­zio­ne e il suo erede vi­cen­ti­no, Fe­de­ri­co Fag­gin, negli anni ’70 crea il mi­cro­chip. Da Vi­val­di a Tar­ti­ni fino a Ma­li­pie­ro e a Luigi Nono, anche nel campo della mu­si­ca l’Eu­ro­pa deve al Ve­ne­to tan­tis­si­mo; così come è bene ri­cor­da­re il filo che lega Giam­bat­ti­sta Tie­po­lo, con la sua pre­sen­za a Ma­drid, a Fran­ci­sco Goya, l’ar­ti­sta che ci ram­men­ta che il sonno della ra­gio­ne ge­ne­ra mo­stri. E da Ni­co­lò Tom­ma­seo ad An­drea Zan­zot­to nomi e an­co­ra nomi, tanti che qui non si pos­so­no ci­ta­re e che co­sti­tui­sco­no, in­sie­me al pae­sag­gio e alle città, un pa­tri­mo­nio in­scin­di­bi­le dal­l’Eu­ro­pa, dalle sue di­ver­si­tà e dalle sue in­tel­li­gen­ti au­to­no­mie, valga per tutte la Sco­zia. L’Eu­ro­pa, la no­stra Eu­ro­pa sta cor­ren­do gran­di pe­ri­co­li: “so­vra­ni­smi” e na­zio­na­li­smi tra­ve­sti­ti da de­ma­go­gia sono sem­pre più ag­gres­si­vi. A essi dob­bia­mo con­trap­por­re l’i­dea forte che co­strui­re gli Stati Uniti d’Eu­ro­pa equi­va­le a co­strui­re un fu­tu­ro di pace, si­cu­rez­za, svi­lup­po e mi­glio­re qua­li­tà della vita; ma per rag­giun­ge­re que­sto obiet­ti­vo ser­vo­no nuove spin­te pro­pul­si­ve, che de­vo­no ar­ri­va­re non solo dalla po­li­ti­ca e dalle isti­tu­zio­ni sco­la­sti­che, ma anche dal basso, dai cit­ta­di­ni: e noi in par­ti­co­la­re, forti del no­stro gran­de pas­sa­to, oggi più che mai dob­bia­mo sen­ti­re che l’or­go­glio di es­se­re ve­ne­ti è in­dis­so­lu­bi­le da quel­lo di es­se­re eu­ro­pei, senza ri­ser­ve. Elio Ar­ma­no
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QUALE EUROPA DI FRONTE ALL’AMERICA DI TRUMP?
Oggi, alle ore 18.00, nella Sala della Carità, in via San Francesco, a Padova. Un dialogo con Enrico Rossi (Presidente della Regione Toscana), Marco Morini (Ricercatore di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università di Padova), Giulio Peruzzi (Professore universitario) e Valeria Zampieri (Dottoressa in Scienze Politiche).
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Triste usare le sofferenze dei bimbi per fare campagna elettorale
di PAOLO GIA­RET­TA
Usare le sof­fe­ren­ze dei bam­bi­ni e delle loro fa­mi­glie per fare cam­pa­gna elet­to­ra­le non si era an­co­ra visto. Ma per il peg­gio c’è sem­pre una pos­si­bi­li­tà, pur­trop­po. Il si­pa­riet­to of­fer­to dal can­di­da­to sin­da­co Mas­si­mo Bi­ton­ci, in com­pa­gnia del pre­si­den­te della com­mis­sio­ne sa­ni­tà della Re­gio­ne, del pre­si­den­te della Fon­da­zio­ne Città della Spe­ran­za e dalla vi­ce­di­ret­tri­ce del­l’I­sti­tu­to di Me­di­ci­na Mo­le­co­la­re è di que­sta na­tu­ra. Ma­ga­ri si ri­sol­ves­se fi­nal­men­te e con ur­gen­za il pro­ble­ma dram­ma­ti­co della pe­dia­tria pa­do­va­na. La sa­ni­tà re­gio­na­le, da sem­pre nelle mani della Lega, ha ver­go­gno­sa­men­te tra­scu­ra­to que­sta strut­tu­ra. Ora si pro­met­te un pron­tis­si­mo in­ter­ven­to. Anzi sa­reb­be l’an­ti­ci­po del tra­sfe­ri­men­to del­l’O­spe­da­le a Pa­do­va est e del suc­ces­si­vo tra­sfe­ri­men­to del San­t’An­to­nio in via Giu­sti­nia­ni. Com­ples­sa ope­ra­zio­ne per la quale come è noto non c’è nulla di so­li­do: pro­get­ti e soldi. C’è solo una cosa che è stato chia­ma­to ac­cor­do di pro­gram­ma, che è al mas­si­mo una let­te­ra d’in­ten­ti in at­te­sa di ap­pro­va­zio­ne piena di con­di­zio­ni, di se e di ma. Spe­ria­mo che siano veri i soldi per Pe­dia­tria, che sa­reb­be­ro poi quel­li che do­ve­va­no ser­vi­re per ini­zia­re il nuovo ospe­da­le. Di­spia­ce che a que­sto si­pa­riet­to si siano pre­sta­te delle per­so­ne che avreb­be­ro il do­ve­re di non coin­vol­ge­re in cam­pa­gna elet­to­ra­le le isti­tu­zio­ni che rap­pre­sen­ta­no. La dot­to­res­sa Viola vi­ce­di­ret­tri­ce del­l’I­sti­tu­to di Me­di­ci­na Mo­le­co­la­re dice che era pre­sen­te solo per­ché ri­tie­ne im­por­tan­te il dia­lo­go tra ri­cer­ca e l’am­mi­ni­stra­zio­ne della città. Giu­sto, spero però si sia resa conto che non ha in­con­tra­to l’am­mi­ni­stra­zio­ne della città ma sem­pli­ce­men­te un can­di­da­to sin­da­co. Il Vimm, splen­di­da real­tà do­vu­ta alla lun­gi­mi­ran­za del prof. Pa­ga­no, è una delle ec­cel­len­ze pa­do­va­ne che ci fanno co­no­sce­re in tutto il mondo. È un pa­tri­mo­nio di tutta la città, evi­tia­mo di coin­vol­ger­lo nelle pic­co­lez­ze della cam­pa­gna elet­to­ra­le. Il Pre­si­den­te della Fon­da­zio­ne Città della Spe­ran­za as­si­cu­ra che la Fon­da­zio­ne sarà sem­pre al fian­co di Bi­ton­ci e Boron. Li­be­ro il dot­tor Fran­co Ma­sel­lo na­tu­ral­men­te di es­se­re un elet­to­re, fi­nan­zia­to­re, so­ste­ni­to­re della Lega. Ma do­vreb­be evi­ta­re di coin­vol­ge­re una Fon­da­zio­ne che si trova a pre­sie­de­re pro tem­po­re, che non è di sua pro­prie­tà, ed è il frut­to della ge­ne­ro­si­tà di tanti: isti­tu­zio­ni pub­bli­che, pri­va­ti, azien­de, vo­lon­ta­ri che con de­na­ri, tempo de­di­ca­to, fan­ta­sia e pas­sio­ne hanno fatto della Città della Spe­ran­za quel­la che è. Ha ben ri­cor­da­to Ivo Rossi la na­tu­ra par­ti­co­la­re di una Fon­da­zio­ne pri­va­ta che am­mi­ni­stra fondi lar­ga­men­te pub­bli­ci. Che ha avuto me­ri­ta­ta­men­te dalle isti­tu­zio­ni pub­bli­che ap­pog­gi im­por­tan­ti, a co­min­cia­re dalla scel­ta lun­gi­mi­ran­te di An­ge­lo Bo­schet­ti di do­na­re alla Fon­da­zio­ne un ter­re­no della Zona In­du­stria­le per edi­fi­ca­re la Torre della Ri­cer­ca. Tutti noi, donatori, volontari o semplicemente cittadini di Padova che con le loro tasse hanno contribuito al finanziamento della Città della Speranza, abbiamo il diritto di pretendere che la Fondazione non sia usata per finalità elettorali. Chi lo fa abusa del suo ruolo. Ne approfitto anche per dire che può ben capitare che nella vita delle istituzioni, delle aziende, delle associazioni ad un certo punto diversità di opinioni portino a divorzi in sodalizi precedentemente solidi. Non ho il diritto di giudicare sulle ragioni della rottura tra il dottor Masello e Stefano Bellon. Ho però gli elementi per dire che senza Stefano Bellon la Città della Speranza non sarebbe quella che è: non solo una istituzione di ricerca, ma anche una bella realtà che è entrata nel cuore di tante persone, che l’hanno sentita come motivo d’orgoglio per il proprio territorio. I divorzi capitano, ma i veri leader li sanno gestire con lungimiranza, usando parole di riconoscenza e di rispetto per chi molto ha dato, piuttosto che indispettite parole di rancore. Perché di imprenditori che amministrano risorse pubbliche con istinti padronali ne abbiamo avuto parecchi e quasi sempre alla lunga hanno avuto pessimo esito per le istituzioni che hanno governato. L’ultimo esempio è quello del Cavaliere del lavoro (?) Gianni Zonin.
Paolo Giaretta ex sindaco di Padova già senatore del Pd
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Carissime/i, domani ricorre la giornata mondiale di sensibilizzazione sulla sindrome di Down. Ho fatto un messaggio Twitter che potere vedere. L'idea della Campagna è mettersi due calzini di colore diverso e poi pubblicare una foto o un breve video. Potreste farlo anche voi, ci sono degli hashtag Potete copiare dal mio messaggio e si possono Indicare Altre Persone. Ciao Flavio ... Vedi di piúVedi meno

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Giovedì 23 marzo, alle ore 18, in Sala della Carità di via San Francesco, 61 a Padova. Vi aspetto! ... Vedi di piúVedi meno

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Il PD sta cambiando pelle...
"Minzolini rimane senatore, no dell'aula alla decadenza"
Una brutta deriva
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