Intervento di Pier Luigi Bersani sull’attualità del pensiero di Antonio Gramsci

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Padova, 1 aprile ’16

Premessa.

Prima di riflettere su Antonio Gramsci, su quello che gli dobbiamo, su quello che ha intuito e oggi ci impone di considerare, lasciatemi dire che ha segnato la nostra idealità. E l’idealità ha una straordinaria forza materiale. Me lo ricordo, Gramsci, prima che entrasse nel senso comune di questo Paese, prima che – come capita da qualche tempo – fosse studiato all’estero, prima che segnasse con la sua pregnanza e consapevolezza il pensiero Occidentale. Ci ha messo del tempo, Gramsci. Prima, nelle sezioni, in Emilia, si lottava e tifava, ci si divideva, come fossero lì, Lenin contro Bucharin. Erano passati quarant’anni, ma loro erano presenti, uno contro l’altro. Gramsci no, non era fruibile per cose di tifoseria. Ma poi, con la maturazione, avrei, avremmo capito quanto fosse due spanne sopra tutti gli altri. Ed è quella sua mente potente che oggi ci consente di parlare dell’attualità del pensiero di Antonio Gramsci.

La dimensione personale.

Dobbiamo riconoscergli molto. Ma iniziamo partendo dalla comprensione della persona, è una dimensione che non va mai buttata. Aveva la stessa malattia di Leopardi – e potremmo anche farci suggestionare dentro questo collegamento, Leopardi e Gramsci – ovvero una tubercolosi ossea: è una malattia terrificante, non sarebbe cresciuto oltre 1 metro e mezzo, continui problemi neurologici, emorragie, uno stato continuo di sofferenza. Ecco, di fronte a questa situazione andiamo a vedere come ha reagito? Aveva un carattere volitivo ed energico come pochi, “si combatte”, questo era il suo “mood”. Un uomo tollerante, spiritoso, dolce, ironico. Ce li ricordiamo i suoi aforismi, dolci amari sferzanti, penso a «la storia è maestra di vita, ma non ha scolari». Amava la discussione, in una vicenda paracongressuale si sfidarono Gramsci e Bordiga (che poi avrebbe prevalso), e un compagno di Como gli si avvicinò dicendogli che aveva preferito Bordiga, e lui non se ne rammaricò, anzi, riprese il ragionamento chiarendo perché il suo pensiero di lì a qualche tempo doveva prevalere. Ironico e senza paura: un giorno i fascisti – offesi per un articolo su l’Ordine Nuovo contro il console – si presentarono da lui, chiesero del direttore, “sono io”, disse Gramsci, loro furono sopresi, e riferirono: “Il console si è ritenuto offeso e la sfida a duello”. La risposta: “Sono pronto a battermi, ma a patate cotte”, e i fascisti se ne andarono, scandalizzati. Con Bordiga furono mandati al confino, ad Ustica, e si divertivano a fare l’uno la parte dell’altro, Gramsci spiegava le cose argomentando come Bordiga, e viceversa. Una situazione che oggi sarebbe impensabile!

Dolce, umanissimo: tutte qualità che emergono dalle Lettere dal carcere, è la lettura che consiglierei ai giovani, per iniziare a conoscerlo. Scrive alla moglie, alla cognata, ai figli, racconta le favole dalla galera con una serenità e una tranquillità incredibili. E poi ci sono le parti in cui è turbato, sente l’isolamento politico, la moglie era una funzionaria del partito bolscevico, e lui era in rotta con la linea sovietica. Prova amarezza, sente la freddezza della moglie, e l’isolamento cresce. Ma non ha mai chiesto la grazia. Mai. Era impegnato sui Quaderni. Io li ho visti, ho avuto questa fortuna. Per un anno non gli danno una penna. Fatica ad ottenere libri per la consultazione, a volte gli dicono sì, tanto volte riceve un no. Riesce a scrivere 2800 pagine. 32 quaderni. Guardate quelle pagine: la scrittura si preoccupa di occupare fino all’ultimo mezzo centimetro di carta, quasi mai cancellava, ragionava e meditava prima, camminava su e giù e poi si appoggiava su un ginocchio e scriveva, senza cancellature.

C’è di tutto, nei Quaderni. Quei temi – scritti tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 – nel giro di quindici anni sarebbero diventati tutti temi centrali.

Soggettività, rivoluzione russa, Occidente, egemonia.

In Gramsci c’è la forza di un pensiero che si intreccia con la prassi, la riflessione si mescola con l’elaborazione della piattaforma politica. Ancora oggi sono pensieri che penetrano.

Il grande fatto del suo tempo fu la Rivoluzione d’ottobre. Una rivoluzione che sorprese: “Ma cos’è sta roba”, si interrogava il mondo socialista, aggrappato alla tesi meccanicistica di Marx. “Ma come, senza passare per la “borghesia” fanno una rivoluzione proletaria?”. “Non ci crediamo”, dicono i socialisti, “non corrisponde all’analisi”. Ecco che allora Gramsci scrive “Rivoluzione contro il Capitale”, e intendeva il Capitale di Marx. Aveva solo 25 anni: pensate alla forza di questo gesto. E dice: “State leggendo Marx in modo meccanico, vi rifugiate nella propaganda, vi limitate ad annunciare, siete travolti dall’opportunismo”. Cosa sta dicendo Gramsci? Che qui, in questa vicenda della rivoluzione del ’17, esiste una cosa che si chiama “soggettività”, le cose cambiano se c’è un soggetto che le cambia, e le cambia anche senza chiedere il permesso e corrispondere ad un’interpretazione libresca. Ovviamente in Occidente sarà diverso – continua la sua riflessione – la società è diversa da quella russa: il capitalismo ha minore resistenza in Russia, è meno costruito, mentre il processo sarà più lento e complicato in Occidente. Perché in Occidente il capitalismo non ha solo prodotto un meccanismo economico. E qui Gramsci analizza la sovrastruttura, e la capacità del capitalismo di coinvolgere la società, di plasmare l’ideologia, la mentalità, il senso comune. Questo tema va analizzato, ognuno deve studiare questa complessità, e questo significa che ricette uguali per tutte le situazioni non ci saranno. Tutti dovranno capire le sovrastrutture e i meccanismi del consenso. E così si dovrà fare anche in Italia, con le sue specificità. E qui si introduce il tema del dualismo nord-sud. La differenza con il resto d Europa è che noi non abbiamo vissuto un conflitto tra liberismo e protezionismo, in Italia si è già strutturato un compromesso tra la borghesia del nord, metropolitana, e il latifondo agrario del sud, e il fascismo andrà a riassumere questo compromesso. Secondo Gramsci, solo l’alleanza tra operai del nord e contadini del sud può abbracciare il tema dell’unità del Paese.

L’egemonia: un concetto alternativo alla “dittatura del proletariato”.

Gramsci parte dalla peculiarità dell’Occidente, che sa sviluppare una sovrastruttura complessa che si intreccia alla struttura dell’economia. È qui che si affaccia il concetto di egemonia, alternativo alla dittatura del proletariato: più sei egemone, meno hai bisogno di coercizione e comando. Ed è su questo nodo che avviene la critica all’Urss. Nell’ambito dello scontro tra Stalin e Trotsky, il Partito chiese a Gramsci una lettera da inviare ai compagni sovietici. Una lettera durissima, che sostanzialmente diceva: “Ma come, dopo aver preso il potere non siete ancora riusciti a costruire un’egemonia e continuate ad andare per linee di comando? Non c’è mediazione culturale, non trasmettete il consenso, siete solo una linea di comando. Non avete allevato nessun intellettuale che sia – a sua volta – allevatore di classe dirigente, né che sia in grado di educare il popolo”. Gramsci pensava il partito come intellettuale collettivo, non come avanguardia di comando. Qui sta la differenza della sinistra italiana. Operai, contadini, intellettuali: più iscritti ci sono, meglio è. È un’intuizione che avrà la coda lunga, il lievito fecondo di una complessità, di una capacità di includere, di tenere dentro.

Nei Quaderni tutti questi spunti vengono elaborati, e si affaccia anche il concetto di rivoluzione passiva. Quando l’alternativa non è capace di affermarsi – il vecchio non finisce, il nuovo non nasce – o non è pronta a strutturare egemonia, i cambiamenti – anche positivi – avvengono sotto i dominanti in modo molecolare. È, appunto, la rivoluzione passiva, un concetto molto fertile, in cui si riconosce il nucleo di verità nelle ragioni dell’altro. Emerge la consapevole necessità che non si può chiudere la porta a tutto, perché sotto la cupola di chi sta governando adesso c’è qualcosa di positivo. Molecole che si muovono. Se l’è inventata Gramsci la società civile, ed è di questa società che lo Stato si nutre, traendo senso e forza.

Sono tutte elaborazioni di straordinario fascino, che hanno camminato per via carsica e sono un patrimonio non solo della sinistra. Questo è Gramsci: l’impostazione nazionalpopolare, le battaglie culturali, la capacità di lavorare sul senso comune, la necessità di stare larghi e di cogliere il nucleo di verità dell’altro, l’organizzazione non di avanguardie ma la costruzione di una parte – ampia, di popolo – consapevole.

Gramsci e l’intuizione della globalizzazione.

Gramsci parte dalla crisi del ’29. Nella sua testa questo concetto si allunga e si allarga, e intuisce che la crisi è iniziata ben prima, e torna indietro e mette a fuoco la prima guerra mondiale. A quel punto vede come da una parte ci sia la crisi della vita economica, che vive dentro un necessario cosmopolitismo, e dall’altra parte osserva la vita degli Stati, chiusi in se stessi, nel proprio nazionalismo. Si potrebbe dire, oggi, che da una parte c’è la globalizzazione dell’economia – il cosmopolitismo dell’economia – e dall’altra parte c’è la politica, ferma, chiusa nella dimensione dello Stato. In fondo la globalizzazione c’è già stata: i cicli tecnologici crescono, crescono e si sviluppano i rapporti commerciali. Pensiamo ai salti tecnologici d’inizio 900: gli aerei, le auto, i transatlantici, i treni; il radiotelegrafo, che come prima comunicazione annuncia l’affondamento proprio di un transatlantico, il Titanic; l’ora di Greenwich, che accorcia e unifica. Si vive, ad inizio ‘900, una sensazione fortissima, di avvicinamento e accorciamento, molto più forte di quella che viviamo noi. C’è il positivismo, c’è il sol dell’avvenire, e poi – nel giro di pochi anni – la prima guerra mondiale, un riflesso nazionalistico, protezionistico. Diciamocelo, Gavrilo Princip e Sarajevo non c’entrano proprio nulla: la prima guerra mondiale è guerra che nasce dentro le opinioni pubbliche, dentro manifestazioni di piazza, non siamo mica noi i primi a pensare che le guerre erano finite per sempre, lo si pensava anche allora. Così non è. La guerra esplode, perché ad una fase di globalizzazione corrisponde un cono d’ombra, un riflesso tragico, un ripiegamento difensivo.

In questo scenario, Gramsci intuisce che a vincere sarà chi porterà la politica a una dimensione coerente con l’economia. Lui vide questa necessità, e mentre ogni persona “normale” ragionava di bolscevismo contro nazismo e fascismo, lui scrisse di americanismo e fordismo e intuì la forza dell’organizzazione americana nella società dei consumi, l’idea di una democrazia che include attraverso il compromesso con le forze sociali. L’americanismo diventa quindi la forma più avanzata della sfida capitalistica, capace di integrare innovazione e restaurazione, economia «programmatica» e libertà dei capitalisti, in un processo di «rivoluzione passiva» che rischia di mettere sotto scacco le forze rivoluzionarie. Il nuovo viene, così, gestito dal vecchio. L’Unione Sovietica è invece una forma di cesarismo, una linea di comando, non può avere la stessa forza.

Gramsci intuiva tutto questo. Con il suo fisico debilitato, e la testa chiusa dentro una galera.

Due questioni per l’oggi.

Il pensiero di Gramsci ci può illuminare su due questioni.

La prima: come fa la sinistra ad avere un messaggio-mondo che incroci economia e politica? Come fa la sinistra a costruire la necessaria “egemonia” con messaggi-mondo? Faccio un esempio: oggi – nel tempo della finanza, del cambiamento climatico, delle migrazioni – possono essere disponibili nel giro di una decina d’anni farmaci salvavita, la genetica sta facendo cose incredibili, ma questi farmaci potrebbero avere un costo stratosferico, che nessun sistema universalistico sarà in grado di reggere. Solo chi ha i soldi si curerà: non digital, ma human divide. E quindi la sinistra si deve organizzare – costruendo un’egemonia-mondo – facendo in modo che noi ci tassiamo per la solidarietà, per remunerare i brevetti salva-vita e rendere accessibili a tutti i farmaci salvavita. Sto parlando del Veneto, dell’Emilia. Va fatta una battaglia, come si fece sulla pena di morte, un’alleanza per prezzi equi. Altrimenti non regge nessuno. Questo è un tema da sollevare e organizzare, costruendo egemonia!

Seconda questione: guardate, stanno nascendo tante associazioni, dentro e fuori il Pd, c’è una domanda di politica, che non sta solo nel terreno di combattimento, o dell’alta cultura; la gente chiede di vedersi, non si discute ormai più in nessun posto, e io frequento, e vedo cosa accade, e mi piacerebbe che magari tutte queste realtà si ritrovassero, insieme, in un appuntamento nazionale, e allora lì, va bene, parliamo pure dell’Europa, e l’enciclica, e l’economia… Bene, parliamone pure. Ma qualcosa di nazionalpopolare lo vogliamo organizzare? Facendoci qualche domanda? Per esempio: dove va il rock? E dove va il calcio? E cosa possiamo togliere dal carrello della spesa? Se facciamo così, allora sì che siamo gramsciani!

Grazie.

 

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Articolo UNO - Movimento Democratico e Progressista di Padova si stringe a Claudio Vergerio e alla figlia Antonella per la perdita della nostra compagna Lidia Kobal.
Ci mancherà la sua dolcezza, dote rara in politica. Ci mancheranno le sue battaglie per la tutela del vecchio Portello e per un quartiere popolare, e vicino alla sua gente. E non dimenticheremo le sue battaglie per l'ambiente, per la pace e per la partecipazione, per dare alle associazioni spazi sociali.
Una compagna, Lidia, che ad ogni appuntamento della sinistra non faceva mai mancare il suo contributo di volontaria insieme a Claudio.

Porteremo il tuo sorriso, Lidia, con noi, anche per costruire una nuova sinistra alla quale crediamo e stavamo lavorando insieme. Una sinistra che sia capace di riportare dolcezza - e umanità - in politica.

Ciao Lidia, oggi le bandiere rosse sono a lutto.

Le compagne e i compagni di Articolo Uno - MDP
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Ferragosto 2017 Malga Stia ... Vedi di piúVedi meno

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Appello di padre Alex Zanotelli* ai giornalisti italiani:

«Rompiamo il silenzio sull’Africa.
Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il modo del resto.

Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.

So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa.

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.

Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.

Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.

Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.

Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti?

Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.

*Alex Zanotelli è missionario italiano della comunità dei Comboniani, profondo conoscitore dell'Africa e direttore della rivista Mosaico di Pace
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Pd, Orlando lancia 'Dems': Tornare a partito origini, dialogo con sinistra

Pd, Orlando lancia 'Dems': Tornare a partito origini, dialogo con sinistra Roma, 2 ago. (LaPresse) - Un progetto "per far sì che il Partito democratico torni alle origini, a fare ciò che si era assunto la responsabilità di fare: essere un soggetto che tiene insieme culture politiche diverse e che è in grado di svolgere una funzione di carattere nazionale". Lo ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando, presentando alla Camera dei Deputati l'associazione e il logo Dems, 'Democrazia Europa Societa'. "Non è un'alternativa al Partito democratico, ma uno strumento per far sì che il Pd svolga quella funzione interloquendo con il resto del centrosinistra", ha spiegato l'ex candidato alle primarie.Torniamo a immaginare il Pd che avevamo pensato nel 2007, una grande forza inclusiva, aperta e pluralista. Non mi preoccupa soltanto la fuoriuscita di alcuni dirigenti, ma soprattutto l'astensionismo nelle zone in cui il centrosinistra è tradizionalmente forte, e il distacco di parti della società italiana che avevano sostenuto il progetto del Pd", ha dichiarato Orlando ai giornalisti, spiegando che nella nuova associazione "non parleremo di regole di partito, ma di occupazione, sanità, scuola e sicurezza, di tutto ciò che spesso è coperto dalla rissa politica quotidiana".
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SIAMO FINITI NELLA BLACKLIST

La Prima proscrizione sillana consiste in un'epurazione controllata degli oppositori politici di parte mariana da parte di Lucio Cornelio Silla nell'82 a.C., attuata attraverso la pubblicazione di liste di cittadini romani dichiarati hostes publici, i cui beni venivano confiscati.
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Presidente ZAIA che ci dice del Mose, della Banca Popolare di Vicenza?
Ehm REFERENDUM, REFERENDUM
Io al referendum non vado a votare
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SDRAMMATIZZARE
Qualche giorno fa è uscita una vignetta di Giannelli sull'abbraccio "Boschi/Pisapia. L'ho trovata divertente e ho percepito un contenuto sdrammatizzante. Ovvero non di deve esagerare con le polemiche di mezza estate.
Di fronte alla vicenda degli stipendi dello staff del sindaco di Padova la discussione mi è sembrata "esagerata" con quel "mood" grillino che oggi va di moda. Di conseguenza la sequenza del film di Totò "47 morto che parla" vuole sdrammatizzare con un sorriso questa vicenda. I giornalisti evidentemente non hanno visto il film... Totò nobile squattrinato non paga proprio nulla!

youtu.be/JfQo52M08qA

L'unico consiglio (non richiesto) che mi verrebbe da dare è quello di non creare antipatiche differenze tra la retribuzione dei collaboratori e quella dei dipendenti comunali. Guai a demotivare i poco pagati dipendenti comunali.
Buon lavoro Sindaco!
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Qualcuno capisce..
youtu.be/S8JdwcDkwlI
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RENZISMO

"Prima iniziò a parlare di rottamazione, e fui contento perché ero giovane (e magari ne approfittavo anch'io).

Poi partì la polemica contro la la CGIL, e stetti zitto, perché il sindacato aveva troppo potere (ed era pure noioso, in fondo la CGIL rappresenta solo 6 milioni di lavoratori e pensionati).

Poi tolse l'articolo 18, e fui sollevato perché mica ero un lavoratore dipendente (e più precariato per tutti è giusto, mal comune mezzo gaudio).

Poi venne a prendersela con la Costituzione, e dissi "Sì" perché bisogna pur innovare e cambiare.

Poi disse che avrebbe lasciato la politica, e non dissi nulla perché in fondo sapevo che non l'avrebbe fatto mai.

Poi promise di fare un congresso vero, e andarono a votare un milione di persone in meno, e io rimasi dentro a fare la mosca cocchiera.

Oggi il PD non rappresenta più il popolo della sinistra e non è più rimasto nessuno dentro a protestare".
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