Intervento di Pier Luigi Bersani sull’attualità del pensiero di Antonio Gramsci

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Padova, 1 aprile ’16

Premessa.

Prima di riflettere su Antonio Gramsci, su quello che gli dobbiamo, su quello che ha intuito e oggi ci impone di considerare, lasciatemi dire che ha segnato la nostra idealità. E l’idealità ha una straordinaria forza materiale. Me lo ricordo, Gramsci, prima che entrasse nel senso comune di questo Paese, prima che – come capita da qualche tempo – fosse studiato all’estero, prima che segnasse con la sua pregnanza e consapevolezza il pensiero Occidentale. Ci ha messo del tempo, Gramsci. Prima, nelle sezioni, in Emilia, si lottava e tifava, ci si divideva, come fossero lì, Lenin contro Bucharin. Erano passati quarant’anni, ma loro erano presenti, uno contro l’altro. Gramsci no, non era fruibile per cose di tifoseria. Ma poi, con la maturazione, avrei, avremmo capito quanto fosse due spanne sopra tutti gli altri. Ed è quella sua mente potente che oggi ci consente di parlare dell’attualità del pensiero di Antonio Gramsci.

La dimensione personale.

Dobbiamo riconoscergli molto. Ma iniziamo partendo dalla comprensione della persona, è una dimensione che non va mai buttata. Aveva la stessa malattia di Leopardi – e potremmo anche farci suggestionare dentro questo collegamento, Leopardi e Gramsci – ovvero una tubercolosi ossea: è una malattia terrificante, non sarebbe cresciuto oltre 1 metro e mezzo, continui problemi neurologici, emorragie, uno stato continuo di sofferenza. Ecco, di fronte a questa situazione andiamo a vedere come ha reagito? Aveva un carattere volitivo ed energico come pochi, “si combatte”, questo era il suo “mood”. Un uomo tollerante, spiritoso, dolce, ironico. Ce li ricordiamo i suoi aforismi, dolci amari sferzanti, penso a «la storia è maestra di vita, ma non ha scolari». Amava la discussione, in una vicenda paracongressuale si sfidarono Gramsci e Bordiga (che poi avrebbe prevalso), e un compagno di Como gli si avvicinò dicendogli che aveva preferito Bordiga, e lui non se ne rammaricò, anzi, riprese il ragionamento chiarendo perché il suo pensiero di lì a qualche tempo doveva prevalere. Ironico e senza paura: un giorno i fascisti – offesi per un articolo su l’Ordine Nuovo contro il console – si presentarono da lui, chiesero del direttore, “sono io”, disse Gramsci, loro furono sopresi, e riferirono: “Il console si è ritenuto offeso e la sfida a duello”. La risposta: “Sono pronto a battermi, ma a patate cotte”, e i fascisti se ne andarono, scandalizzati. Con Bordiga furono mandati al confino, ad Ustica, e si divertivano a fare l’uno la parte dell’altro, Gramsci spiegava le cose argomentando come Bordiga, e viceversa. Una situazione che oggi sarebbe impensabile!

Dolce, umanissimo: tutte qualità che emergono dalle Lettere dal carcere, è la lettura che consiglierei ai giovani, per iniziare a conoscerlo. Scrive alla moglie, alla cognata, ai figli, racconta le favole dalla galera con una serenità e una tranquillità incredibili. E poi ci sono le parti in cui è turbato, sente l’isolamento politico, la moglie era una funzionaria del partito bolscevico, e lui era in rotta con la linea sovietica. Prova amarezza, sente la freddezza della moglie, e l’isolamento cresce. Ma non ha mai chiesto la grazia. Mai. Era impegnato sui Quaderni. Io li ho visti, ho avuto questa fortuna. Per un anno non gli danno una penna. Fatica ad ottenere libri per la consultazione, a volte gli dicono sì, tanto volte riceve un no. Riesce a scrivere 2800 pagine. 32 quaderni. Guardate quelle pagine: la scrittura si preoccupa di occupare fino all’ultimo mezzo centimetro di carta, quasi mai cancellava, ragionava e meditava prima, camminava su e giù e poi si appoggiava su un ginocchio e scriveva, senza cancellature.

C’è di tutto, nei Quaderni. Quei temi – scritti tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 – nel giro di quindici anni sarebbero diventati tutti temi centrali.

Soggettività, rivoluzione russa, Occidente, egemonia.

In Gramsci c’è la forza di un pensiero che si intreccia con la prassi, la riflessione si mescola con l’elaborazione della piattaforma politica. Ancora oggi sono pensieri che penetrano.

Il grande fatto del suo tempo fu la Rivoluzione d’ottobre. Una rivoluzione che sorprese: “Ma cos’è sta roba”, si interrogava il mondo socialista, aggrappato alla tesi meccanicistica di Marx. “Ma come, senza passare per la “borghesia” fanno una rivoluzione proletaria?”. “Non ci crediamo”, dicono i socialisti, “non corrisponde all’analisi”. Ecco che allora Gramsci scrive “Rivoluzione contro il Capitale”, e intendeva il Capitale di Marx. Aveva solo 25 anni: pensate alla forza di questo gesto. E dice: “State leggendo Marx in modo meccanico, vi rifugiate nella propaganda, vi limitate ad annunciare, siete travolti dall’opportunismo”. Cosa sta dicendo Gramsci? Che qui, in questa vicenda della rivoluzione del ’17, esiste una cosa che si chiama “soggettività”, le cose cambiano se c’è un soggetto che le cambia, e le cambia anche senza chiedere il permesso e corrispondere ad un’interpretazione libresca. Ovviamente in Occidente sarà diverso – continua la sua riflessione – la società è diversa da quella russa: il capitalismo ha minore resistenza in Russia, è meno costruito, mentre il processo sarà più lento e complicato in Occidente. Perché in Occidente il capitalismo non ha solo prodotto un meccanismo economico. E qui Gramsci analizza la sovrastruttura, e la capacità del capitalismo di coinvolgere la società, di plasmare l’ideologia, la mentalità, il senso comune. Questo tema va analizzato, ognuno deve studiare questa complessità, e questo significa che ricette uguali per tutte le situazioni non ci saranno. Tutti dovranno capire le sovrastrutture e i meccanismi del consenso. E così si dovrà fare anche in Italia, con le sue specificità. E qui si introduce il tema del dualismo nord-sud. La differenza con il resto d Europa è che noi non abbiamo vissuto un conflitto tra liberismo e protezionismo, in Italia si è già strutturato un compromesso tra la borghesia del nord, metropolitana, e il latifondo agrario del sud, e il fascismo andrà a riassumere questo compromesso. Secondo Gramsci, solo l’alleanza tra operai del nord e contadini del sud può abbracciare il tema dell’unità del Paese.

L’egemonia: un concetto alternativo alla “dittatura del proletariato”.

Gramsci parte dalla peculiarità dell’Occidente, che sa sviluppare una sovrastruttura complessa che si intreccia alla struttura dell’economia. È qui che si affaccia il concetto di egemonia, alternativo alla dittatura del proletariato: più sei egemone, meno hai bisogno di coercizione e comando. Ed è su questo nodo che avviene la critica all’Urss. Nell’ambito dello scontro tra Stalin e Trotsky, il Partito chiese a Gramsci una lettera da inviare ai compagni sovietici. Una lettera durissima, che sostanzialmente diceva: “Ma come, dopo aver preso il potere non siete ancora riusciti a costruire un’egemonia e continuate ad andare per linee di comando? Non c’è mediazione culturale, non trasmettete il consenso, siete solo una linea di comando. Non avete allevato nessun intellettuale che sia – a sua volta – allevatore di classe dirigente, né che sia in grado di educare il popolo”. Gramsci pensava il partito come intellettuale collettivo, non come avanguardia di comando. Qui sta la differenza della sinistra italiana. Operai, contadini, intellettuali: più iscritti ci sono, meglio è. È un’intuizione che avrà la coda lunga, il lievito fecondo di una complessità, di una capacità di includere, di tenere dentro.

Nei Quaderni tutti questi spunti vengono elaborati, e si affaccia anche il concetto di rivoluzione passiva. Quando l’alternativa non è capace di affermarsi – il vecchio non finisce, il nuovo non nasce – o non è pronta a strutturare egemonia, i cambiamenti – anche positivi – avvengono sotto i dominanti in modo molecolare. È, appunto, la rivoluzione passiva, un concetto molto fertile, in cui si riconosce il nucleo di verità nelle ragioni dell’altro. Emerge la consapevole necessità che non si può chiudere la porta a tutto, perché sotto la cupola di chi sta governando adesso c’è qualcosa di positivo. Molecole che si muovono. Se l’è inventata Gramsci la società civile, ed è di questa società che lo Stato si nutre, traendo senso e forza.

Sono tutte elaborazioni di straordinario fascino, che hanno camminato per via carsica e sono un patrimonio non solo della sinistra. Questo è Gramsci: l’impostazione nazionalpopolare, le battaglie culturali, la capacità di lavorare sul senso comune, la necessità di stare larghi e di cogliere il nucleo di verità dell’altro, l’organizzazione non di avanguardie ma la costruzione di una parte – ampia, di popolo – consapevole.

Gramsci e l’intuizione della globalizzazione.

Gramsci parte dalla crisi del ’29. Nella sua testa questo concetto si allunga e si allarga, e intuisce che la crisi è iniziata ben prima, e torna indietro e mette a fuoco la prima guerra mondiale. A quel punto vede come da una parte ci sia la crisi della vita economica, che vive dentro un necessario cosmopolitismo, e dall’altra parte osserva la vita degli Stati, chiusi in se stessi, nel proprio nazionalismo. Si potrebbe dire, oggi, che da una parte c’è la globalizzazione dell’economia – il cosmopolitismo dell’economia – e dall’altra parte c’è la politica, ferma, chiusa nella dimensione dello Stato. In fondo la globalizzazione c’è già stata: i cicli tecnologici crescono, crescono e si sviluppano i rapporti commerciali. Pensiamo ai salti tecnologici d’inizio 900: gli aerei, le auto, i transatlantici, i treni; il radiotelegrafo, che come prima comunicazione annuncia l’affondamento proprio di un transatlantico, il Titanic; l’ora di Greenwich, che accorcia e unifica. Si vive, ad inizio ‘900, una sensazione fortissima, di avvicinamento e accorciamento, molto più forte di quella che viviamo noi. C’è il positivismo, c’è il sol dell’avvenire, e poi – nel giro di pochi anni – la prima guerra mondiale, un riflesso nazionalistico, protezionistico. Diciamocelo, Gavrilo Princip e Sarajevo non c’entrano proprio nulla: la prima guerra mondiale è guerra che nasce dentro le opinioni pubbliche, dentro manifestazioni di piazza, non siamo mica noi i primi a pensare che le guerre erano finite per sempre, lo si pensava anche allora. Così non è. La guerra esplode, perché ad una fase di globalizzazione corrisponde un cono d’ombra, un riflesso tragico, un ripiegamento difensivo.

In questo scenario, Gramsci intuisce che a vincere sarà chi porterà la politica a una dimensione coerente con l’economia. Lui vide questa necessità, e mentre ogni persona “normale” ragionava di bolscevismo contro nazismo e fascismo, lui scrisse di americanismo e fordismo e intuì la forza dell’organizzazione americana nella società dei consumi, l’idea di una democrazia che include attraverso il compromesso con le forze sociali. L’americanismo diventa quindi la forma più avanzata della sfida capitalistica, capace di integrare innovazione e restaurazione, economia «programmatica» e libertà dei capitalisti, in un processo di «rivoluzione passiva» che rischia di mettere sotto scacco le forze rivoluzionarie. Il nuovo viene, così, gestito dal vecchio. L’Unione Sovietica è invece una forma di cesarismo, una linea di comando, non può avere la stessa forza.

Gramsci intuiva tutto questo. Con il suo fisico debilitato, e la testa chiusa dentro una galera.

Due questioni per l’oggi.

Il pensiero di Gramsci ci può illuminare su due questioni.

La prima: come fa la sinistra ad avere un messaggio-mondo che incroci economia e politica? Come fa la sinistra a costruire la necessaria “egemonia” con messaggi-mondo? Faccio un esempio: oggi – nel tempo della finanza, del cambiamento climatico, delle migrazioni – possono essere disponibili nel giro di una decina d’anni farmaci salvavita, la genetica sta facendo cose incredibili, ma questi farmaci potrebbero avere un costo stratosferico, che nessun sistema universalistico sarà in grado di reggere. Solo chi ha i soldi si curerà: non digital, ma human divide. E quindi la sinistra si deve organizzare – costruendo un’egemonia-mondo – facendo in modo che noi ci tassiamo per la solidarietà, per remunerare i brevetti salva-vita e rendere accessibili a tutti i farmaci salvavita. Sto parlando del Veneto, dell’Emilia. Va fatta una battaglia, come si fece sulla pena di morte, un’alleanza per prezzi equi. Altrimenti non regge nessuno. Questo è un tema da sollevare e organizzare, costruendo egemonia!

Seconda questione: guardate, stanno nascendo tante associazioni, dentro e fuori il Pd, c’è una domanda di politica, che non sta solo nel terreno di combattimento, o dell’alta cultura; la gente chiede di vedersi, non si discute ormai più in nessun posto, e io frequento, e vedo cosa accade, e mi piacerebbe che magari tutte queste realtà si ritrovassero, insieme, in un appuntamento nazionale, e allora lì, va bene, parliamo pure dell’Europa, e l’enciclica, e l’economia… Bene, parliamone pure. Ma qualcosa di nazionalpopolare lo vogliamo organizzare? Facendoci qualche domanda? Per esempio: dove va il rock? E dove va il calcio? E cosa possiamo togliere dal carrello della spesa? Se facciamo così, allora sì che siamo gramsciani!

Grazie.

 

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Dall’uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: “Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio”.
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
“Viva la pace, abbasso la guerra”.
Gianni Rodari
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Un bell'intervento di Elio Armano

L’orgoglio di esser veneti per poter essere europei.

L’u­ni­tà eu­ro­pea è qual­co­sa di più, molto di più dei pur im­por­tan­ti trat­ta­ti che, im­prov­vi­sa­men­te e fi­nal­men­te, pa­io­no ri­sco­prir­si in que­sti gior­ni, qual­co­sa di più dei re­go­la­men­ti e del­l’eu­ro cui si at­tri­bui­sco­no, er­ro­nea­men­te, trop­pe colpe e re­spon­sa­bi­li­tà che tro­va­no ori­gi­ne, in­ve­ce, nella crisi epo­ca­le in­ne­sca­ta nel 2008 dai truf­fa­to­ri di Wall Street e nel­l’i­na­de­gua­tez­za po­li­ti­ca e cul­tu­ra­le di quel­li che con­ti­nuia­mo a chia­ma­re “grup­pi di­ri­gen­ti”. E’ ciò che da qual­che set­ti­ma­na, alle 14 di ogni do­me­ni­ca, vo­glio­no espri­me­re quei cit­ta­di­ni eu­ro­pei che si ri­tro­va­no nelle piaz­ze delle gran­di città, sven­to­lan­do la ban­die­ra d’Eu­ro­pa e dif­fon­den­do l’In­no alla gioia di Bee­tho­ven; un’i­ni­zia­ti­va spon­ta­nea che sot­to­li­nea come l’Eu­ro­pa ap­par­ten­ga in­nan­zi­tut­to ai cit­ta­di­ni e possa es­se­re forte e giu­sta solo gra­zie alla loro par­te­ci­pa­zio­ne. Do­vrem­mo farlo anche noi nel no­stro Ve­ne­to, con­tro l’i­gno­ran­za, l’in­tol­le­ran­za e la vio­len­za, per for­tu­na fin qui sol­tan­to ver­ba­le, che av­ve­le­na l’a­ria che re­spi­ria­mo; per­ché il ri­schio della de­ri­va è forte e ab­bia­mo ben visto, pur­trop­po, come anche i ve­ne­ti ab­bia­no pa­ga­to un prez­zo al­tis­si­mo alle guer­re dei na­zio­na­li­smi, dai lon­ta­nis­si­mi tempi del Ru­zan­te a quel­li più re­cen­ti della Prima e della Se­con­da guer­ra mon­dia­le, come ci ri­cor­da il no­stro mai ab­ba­stan­za letto Mario Ri­go­ni Stern. Per non farci so­praf­fa­re dalle si­re­ne dei luo­ghi co­mu­ni e della fa­ci­le re­to­ri­ca del­l’es­se­re pa­ro­ni a casa no­stra, è im­por­tan­te ri­cor­da­re il ruolo che sto­ri­ca­men­te la no­stra gente ha avuto nella crea­zio­ne del­l’u­ni­tà eu­ro­pea: le mi­glia­ia e mi­glia­ia di emi­gran­ti ve­ne­ti che hanno la­vo­ra­to in Eu­ro­pa, sono stati am­ba­scia­to­ri in­con­sa­pe­vo­li del pro­ces­so di in­te­gra­zio­ne, so­prat­tut­to i tanti che si sono ra­di­ca­ti nel Paese che li ha ac­col­ti senza mai rom­pe­re con le loro ori­gi­ni; e que­sto no­stro po­po­lo, pro­ver­bial­men­te ope­ro­so, porta l’e­re­di­tà gran­dis­si­ma, aper­ta e ci­vi­lis­si­ma di una gran­de tra­di­zio­ne cul­tu­ra­le che me­glio do­vreb­be es­se­re dif­fu­sa nella scuo­la del­l’ob­bli­go, ri­fiu­tan­do ogni ot­tu­sa ca­ri­ca­tu­ra che lo vuole con­ta­di­no igno­ran­te o sgob­bo­ne vo­ta­to al la­vo­ro. Basti pen­sa­re alla Se­re­nis­si­ma Re­pub­bli­ca di Ve­ne­zia, en­ti­tà sta­ta­le forte per i suoi com­mer­ci, per la sua cul­tu­ra e l’o­spi­ta­li­tà con­ge­ni­ta, più pe­ne­tran­te e du­re­vo­le delle armi; uno stato che ac­co­glie­va Ga­li­leo e pro­teg­ge­va la ri­cer­ca scien­ti­fi­ca, fon­da­men­ta­le ieri come oggi. E che dire dei no­stri che si sono di­stin­ti nelle arti e nella co­no­scen­za? Il pa­do­va­no An­drea Pal­la­dio, l’ar­chi­tet­to per an­to­no­ma­sia, ha im­pres­so il suo segno in­con­fon­di­bi­le, de­sti­na­to a du­ra­re nei se­co­li, alle ville e ai pa­laz­zi di tut­t’Eu­ro­pa, e, ai gior­ni no­stri, il ve­ne­zia­no Carlo Scar­pa ha fatto co­no­sce­re al mondo in­te­ro la gran­dez­za della sua crea­ti­vi­tà. Ti­zia­no Ve­cel­lio, ca­do­ri­no, ri­trae­va su loro sup­pli­ca i po­ten­ti del suo tempo, e An­to­nio Ca­no­va, l’in­si­gne scul­to­re di Pos­sa­gno, fu anche il gran­de ne­go­zia­to­re eu­ro­peo senza il quale al­l’I­ta­lia non sa­reb­be­ro stati re­sti­tui­ti gli ine­sti­ma­bi­li ca­po­la­vo­ri raz­zia­ti da Na­po­leo­ne. Cin­que­cen­to anni fa, a Ve­ne­zia, lo stam­pa­to­re ed edi­to­re Aldo Ma­nu­zio ha cam­bia­to il mondo della co­mu­ni­ca­zio­ne e il suo erede vi­cen­ti­no, Fe­de­ri­co Fag­gin, negli anni ’70 crea il mi­cro­chip. Da Vi­val­di a Tar­ti­ni fino a Ma­li­pie­ro e a Luigi Nono, anche nel campo della mu­si­ca l’Eu­ro­pa deve al Ve­ne­to tan­tis­si­mo; così come è bene ri­cor­da­re il filo che lega Giam­bat­ti­sta Tie­po­lo, con la sua pre­sen­za a Ma­drid, a Fran­ci­sco Goya, l’ar­ti­sta che ci ram­men­ta che il sonno della ra­gio­ne ge­ne­ra mo­stri. E da Ni­co­lò Tom­ma­seo ad An­drea Zan­zot­to nomi e an­co­ra nomi, tanti che qui non si pos­so­no ci­ta­re e che co­sti­tui­sco­no, in­sie­me al pae­sag­gio e alle città, un pa­tri­mo­nio in­scin­di­bi­le dal­l’Eu­ro­pa, dalle sue di­ver­si­tà e dalle sue in­tel­li­gen­ti au­to­no­mie, valga per tutte la Sco­zia. L’Eu­ro­pa, la no­stra Eu­ro­pa sta cor­ren­do gran­di pe­ri­co­li: “so­vra­ni­smi” e na­zio­na­li­smi tra­ve­sti­ti da de­ma­go­gia sono sem­pre più ag­gres­si­vi. A essi dob­bia­mo con­trap­por­re l’i­dea forte che co­strui­re gli Stati Uniti d’Eu­ro­pa equi­va­le a co­strui­re un fu­tu­ro di pace, si­cu­rez­za, svi­lup­po e mi­glio­re qua­li­tà della vita; ma per rag­giun­ge­re que­sto obiet­ti­vo ser­vo­no nuove spin­te pro­pul­si­ve, che de­vo­no ar­ri­va­re non solo dalla po­li­ti­ca e dalle isti­tu­zio­ni sco­la­sti­che, ma anche dal basso, dai cit­ta­di­ni: e noi in par­ti­co­la­re, forti del no­stro gran­de pas­sa­to, oggi più che mai dob­bia­mo sen­ti­re che l’or­go­glio di es­se­re ve­ne­ti è in­dis­so­lu­bi­le da quel­lo di es­se­re eu­ro­pei, senza ri­ser­ve. Elio Ar­ma­no
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QUALE EUROPA DI FRONTE ALL’AMERICA DI TRUMP?
Oggi, alle ore 18.00, nella Sala della Carità, in via San Francesco, a Padova. Un dialogo con Enrico Rossi (Presidente della Regione Toscana), Marco Morini (Ricercatore di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università di Padova), Giulio Peruzzi (Professore universitario) e Valeria Zampieri (Dottoressa in Scienze Politiche).
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Triste usare le sofferenze dei bimbi per fare campagna elettorale
di PAOLO GIA­RET­TA
Usare le sof­fe­ren­ze dei bam­bi­ni e delle loro fa­mi­glie per fare cam­pa­gna elet­to­ra­le non si era an­co­ra visto. Ma per il peg­gio c’è sem­pre una pos­si­bi­li­tà, pur­trop­po. Il si­pa­riet­to of­fer­to dal can­di­da­to sin­da­co Mas­si­mo Bi­ton­ci, in com­pa­gnia del pre­si­den­te della com­mis­sio­ne sa­ni­tà della Re­gio­ne, del pre­si­den­te della Fon­da­zio­ne Città della Spe­ran­za e dalla vi­ce­di­ret­tri­ce del­l’I­sti­tu­to di Me­di­ci­na Mo­le­co­la­re è di que­sta na­tu­ra. Ma­ga­ri si ri­sol­ves­se fi­nal­men­te e con ur­gen­za il pro­ble­ma dram­ma­ti­co della pe­dia­tria pa­do­va­na. La sa­ni­tà re­gio­na­le, da sem­pre nelle mani della Lega, ha ver­go­gno­sa­men­te tra­scu­ra­to que­sta strut­tu­ra. Ora si pro­met­te un pron­tis­si­mo in­ter­ven­to. Anzi sa­reb­be l’an­ti­ci­po del tra­sfe­ri­men­to del­l’O­spe­da­le a Pa­do­va est e del suc­ces­si­vo tra­sfe­ri­men­to del San­t’An­to­nio in via Giu­sti­nia­ni. Com­ples­sa ope­ra­zio­ne per la quale come è noto non c’è nulla di so­li­do: pro­get­ti e soldi. C’è solo una cosa che è stato chia­ma­to ac­cor­do di pro­gram­ma, che è al mas­si­mo una let­te­ra d’in­ten­ti in at­te­sa di ap­pro­va­zio­ne piena di con­di­zio­ni, di se e di ma. Spe­ria­mo che siano veri i soldi per Pe­dia­tria, che sa­reb­be­ro poi quel­li che do­ve­va­no ser­vi­re per ini­zia­re il nuovo ospe­da­le. Di­spia­ce che a que­sto si­pa­riet­to si siano pre­sta­te delle per­so­ne che avreb­be­ro il do­ve­re di non coin­vol­ge­re in cam­pa­gna elet­to­ra­le le isti­tu­zio­ni che rap­pre­sen­ta­no. La dot­to­res­sa Viola vi­ce­di­ret­tri­ce del­l’I­sti­tu­to di Me­di­ci­na Mo­le­co­la­re dice che era pre­sen­te solo per­ché ri­tie­ne im­por­tan­te il dia­lo­go tra ri­cer­ca e l’am­mi­ni­stra­zio­ne della città. Giu­sto, spero però si sia resa conto che non ha in­con­tra­to l’am­mi­ni­stra­zio­ne della città ma sem­pli­ce­men­te un can­di­da­to sin­da­co. Il Vimm, splen­di­da real­tà do­vu­ta alla lun­gi­mi­ran­za del prof. Pa­ga­no, è una delle ec­cel­len­ze pa­do­va­ne che ci fanno co­no­sce­re in tutto il mondo. È un pa­tri­mo­nio di tutta la città, evi­tia­mo di coin­vol­ger­lo nelle pic­co­lez­ze della cam­pa­gna elet­to­ra­le. Il Pre­si­den­te della Fon­da­zio­ne Città della Spe­ran­za as­si­cu­ra che la Fon­da­zio­ne sarà sem­pre al fian­co di Bi­ton­ci e Boron. Li­be­ro il dot­tor Fran­co Ma­sel­lo na­tu­ral­men­te di es­se­re un elet­to­re, fi­nan­zia­to­re, so­ste­ni­to­re della Lega. Ma do­vreb­be evi­ta­re di coin­vol­ge­re una Fon­da­zio­ne che si trova a pre­sie­de­re pro tem­po­re, che non è di sua pro­prie­tà, ed è il frut­to della ge­ne­ro­si­tà di tanti: isti­tu­zio­ni pub­bli­che, pri­va­ti, azien­de, vo­lon­ta­ri che con de­na­ri, tempo de­di­ca­to, fan­ta­sia e pas­sio­ne hanno fatto della Città della Spe­ran­za quel­la che è. Ha ben ri­cor­da­to Ivo Rossi la na­tu­ra par­ti­co­la­re di una Fon­da­zio­ne pri­va­ta che am­mi­ni­stra fondi lar­ga­men­te pub­bli­ci. Che ha avuto me­ri­ta­ta­men­te dalle isti­tu­zio­ni pub­bli­che ap­pog­gi im­por­tan­ti, a co­min­cia­re dalla scel­ta lun­gi­mi­ran­te di An­ge­lo Bo­schet­ti di do­na­re alla Fon­da­zio­ne un ter­re­no della Zona In­du­stria­le per edi­fi­ca­re la Torre della Ri­cer­ca. Tutti noi, donatori, volontari o semplicemente cittadini di Padova che con le loro tasse hanno contribuito al finanziamento della Città della Speranza, abbiamo il diritto di pretendere che la Fondazione non sia usata per finalità elettorali. Chi lo fa abusa del suo ruolo. Ne approfitto anche per dire che può ben capitare che nella vita delle istituzioni, delle aziende, delle associazioni ad un certo punto diversità di opinioni portino a divorzi in sodalizi precedentemente solidi. Non ho il diritto di giudicare sulle ragioni della rottura tra il dottor Masello e Stefano Bellon. Ho però gli elementi per dire che senza Stefano Bellon la Città della Speranza non sarebbe quella che è: non solo una istituzione di ricerca, ma anche una bella realtà che è entrata nel cuore di tante persone, che l’hanno sentita come motivo d’orgoglio per il proprio territorio. I divorzi capitano, ma i veri leader li sanno gestire con lungimiranza, usando parole di riconoscenza e di rispetto per chi molto ha dato, piuttosto che indispettite parole di rancore. Perché di imprenditori che amministrano risorse pubbliche con istinti padronali ne abbiamo avuto parecchi e quasi sempre alla lunga hanno avuto pessimo esito per le istituzioni che hanno governato. L’ultimo esempio è quello del Cavaliere del lavoro (?) Gianni Zonin.
Paolo Giaretta ex sindaco di Padova già senatore del Pd
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Carissime/i, domani ricorre la giornata mondiale di sensibilizzazione sulla sindrome di Down. Ho fatto un messaggio Twitter che potere vedere. L'idea della Campagna è mettersi due calzini di colore diverso e poi pubblicare una foto o un breve video. Potreste farlo anche voi, ci sono degli hashtag Potete copiare dal mio messaggio e si possono Indicare Altre Persone. Ciao Flavio ... Vedi di piúVedi meno

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Giovedì 23 marzo, alle ore 18, in Sala della Carità di via San Francesco, 61 a Padova. Vi aspetto! ... Vedi di piúVedi meno

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Il PD sta cambiando pelle...
"Minzolini rimane senatore, no dell'aula alla decadenza"
Una brutta deriva
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